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Weight, The (2012)

Tuesday, 30 October 2012 12:02 Claudia Chiavaro Film - Corea del Sud
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weight_0Un mondo, quello di The Weight, dove i vivi si distinguono dai morti per il solo fatto di stare in piedi, o meglio, di respirare (a fatica, oltretutto). Non è il mondo ritratto nelle primissime immagini spensierate di alcune capitali straniere, no. Nel sottobosco di desolazione in cui i personaggi si aggirano impotenti, come bestie in cattività, nemmeno i corpi privi di vita sono esenti dalla colpa, e se non possono più infliggere dolore, possono senz’altro ancora subirlo, sebbene inconsapevoli oggetti di macabri rituali di perversione.

Il film, presentato nella sezione Giornate degli Autori della sessantanovesima Mostra d’arte Cinematografica di Venezia, è ambientato in un obitorio di Seoul; un microcosmo liminale d’infelicità che riflette il fardello – cui fa riferimento il titolo - dei corpi che lo popolano, vivi o trapassati che siano. A livello cromatico innanzitutto, con la tonalità color palude delle pareti e l’aria sudicia, viziata e cupa che trabocca da ogni fessura degli interni logori, popolati da personalità altrettanto disfatte, in cui l’unica nota di colore è data dal rosso del sangue. Tutto parla di una desolazione cui forse nemmeno la morte può mettere fine, e che in un certo senso si rinnova proprio con la morte stessa. A gestire questo luogo mortifero è il protagonista Jung (interpretato da Jo Jae-hyeon), uno dei tanti vivi-inermi del film, il cui mestiere consiste proprio nel restituire più dignità possibile ai cadaveri che giungono sul suo tavolo. Proprio lui che si porta dietro uno dei corpi più provati, nel suo essere gobbo, deforme, affaticato dalla tubercolosi e dall’artrite, nel suo trascinarsi lento ma infaticabile. Senza lamentarsi, Jung ricuce, pulisce, ricostruisce e trucca i cadaveri, con dovizia e dedizione, non senza una certa attenzione morbosa e una cura ritualistica, che nulla può intaccare. La disperazione lo circonda e vorrebbe trascinarlo giù con sé, facendolo cedere agli istinti più bassi, come fare sesso nella camera mortuaria insieme alla sua aiutante, o assecondare i gesti estremi della sorella transessuale, tormentata dal desiderio di appropriarsi del corpo che sente davvero suo, e scissa tra infimi ritrovi pubblici di piacere e reiterati tentativi di suicidio.
Quello che dal titolo stesso si può arguire è la sostanza (che pesa, eccome) di questo film, intesa nel senso di materia, perlopiù abbandonata, di cui il corpo – elemento visivo preponderante - si fa veicolo e protagonista effettivo, carcassa ambulante di un’esistenza negata, contenitore di carne snodato e svuotato, fantoccio grottesco dalle sembianze vagamente umane. Il corpo deprivato e spezzato è, in tutte le sue forme, il protagonista della personale odissea di un uomo qualunque, e proprio da esso egli trae la forza e l’ispirazione per modellarne uno nuovo. Che si tratti semplicemente di ricomporlo, di crearlo ex-novo attraverso i suoi dipinti o con le istantanee che scatta alla fine di ogni lavoro e che custodisce gelosamente, o anche di reinventarlo, plasmando con i suoi attrezzi chirurgici la carne in eccesso (come quella del membro che rimuove dal cadavere della sorella). La metafora della bellezza che si annida, in forme improbabili, nei posti più insospettati, assumendo più volte lungo il film la forma di piccole e variopinte farfalle svolazzanti, è incarnata letteralmente e simbolicamente dal protagonista, che col suo aspetto ripugnante e il suo lavoro ingrato, non cessa di trovare grazia in se stesso, attribuendo un valore quasi mistico al suo operato. Traspare, infatti, in particolar modo dai suoi gesti, un’imprevedibile delicatezza, che conferisce un’aria quasi rarefatta alla densa cupezza delle immagini e al continuo sovraccarico di dettagli scabrosi, che la sensibilità di qualcuno potrebbe trovare troppo insistiti, quando non del tutto gratuiti. Dal susseguirsi di luoghi anonimi, spogliati di umanità, al continuo indulgere dei personaggi in atti di atroce squallore, di cui lo sciacquarsi di Jung con la tinozza piena di sangue, in mancanza d’acqua, costituisce uno dei momenti meno desolanti nel variegato repertorio di aberrazioni che spaziano dalla necrofilia all’omicidio, culminando nel gesto apparentemente più disumano dell’evirazione finale (che invece rappresenta il momento di massima umanità ed empatia).
Intervengono a smorzare il crudo realismo delle immagini dalle atmosfere surreali, a tratti vagamente oniriche, in cui deliranti fantasie e realtà si combinano delicatamente sfociando in scene di cupa e poetica bellezza, come quella della danza dei cadaveri con cui il protagonista si muove a tempo di valzer, trasformando per un momento la sporca camera d’obitorio in un’inquietante sala da ballo appartenente a una dimensione spazio-temporale altra, che nessuna tragedia può funestare. Perché un morto non può morire nuovamente, può solo ballare una macabra danza.
Con uno stile che sarebbe eufemistico definire crudo e che riprende, caricandolo all’inverosimile, quello di Kim Ki-duk, il regista Jeon Kyu-hawn disseziona letteralmente i suoi personaggi, per sondare tutti gli aspetti possibili della fragilità umana e le pulsioni basse che sono alla base dei comportamenti di questi freak apparentemente senza storia e senza prospettive, che ci presenta impietosamente come una galleria di esseri brutti, deformi, al limite della parodia del tipo grottesco delineato da Leonardo da Vinci, e di cui non esita a ricostruire il vissuto pregresso attraverso un continuo gioco di flashback. In uno di questi scopriamo la storia di Jung e della sua tragica vita, segnata sin dall’inizio dall’ingombrante presenza di un corpo sbagliato e sformato, dell’abbandono in orfanotrofio, dell’adozione da parte della donna gelida e anaffettiva che lo tiene segregato in casa sfruttandolo come manodopera, fino al giorno in cui il fratellastro lo seduce provocando il disgusto della madre, che li caccia entrambi via di casa. Il legame fortissimo che c’è fra i due, forse il solo vero legame affettivo per entrambi, li terrà in vita, ma soprattutto li unirà finalmente nella morte, che sembra essere l’unica vera soluzione, il rifugio ultimo. “I’m sick of living like a freak. I wanna cut it off and be a real woman”, è il grido di disperazione lanciato dalla sorella, quasi una sorta di testamento che la povera infelice affida all’unica persona che sa essere in grado di esaudirne le volontà. Dopo l’ultimo ennesimo tentativo di suicidio, andato questa volta a buon fine, a giungere sul tavolo di Jung è proprio la sorella, di cui il protagonista si prende cura, proprio come ha fatto con tutti gli altri, compiendo un grande atto d’amore e restituendole il corpo che non aveva potuto avere. Gesto che in un certo senso rappresenta un inno alla vita e che si compie paradossalmente proprio con il doloroso (o indolore?) passaggio all’aldilà, secondo un implacabile ciclo in cui tutto torna e che tutto comprende, in cui la questione ontologica fondamentale, che da sempre attanaglia l’uomo, sulla labilità del confine tra la vita e la morte, venuta meno come principio fisico, si trasmuta nell’atto apparentemente nichilistico della rinuncia alla vita di Jung. Un ultimissimo scatto, poi il protagonista fa scorrere il coperchio della bara sopra di lui, adagiato sul corpo morto della sorella, e poi più nulla. Sarà la madre a trovare la foto e a gettarla via in un gesto di riprovazione, cancellando anche l’ultima traccia dell’esistenza di quei corpi che nessuno reclamerà, ché già morti lo erano da vivi. Gli inservienti della morgue, però, seppur superficialmente, notano l’assenza di Jung. Lui, traghettatore di anime perse, moderno Caronte imperturbabile che non esige, dispensatore di servizi che non richiedono un obolo in cambio, se non un ultimo scatto fotografico da aggiungere alla sua collezione a capolavoro ultimato, prima che il legno delle bare copra per sempre i corpi che (tristemente) furono.


paese: Corea del Sud
anno: 2012
regia: Jeon Kyu-hwan
sceneggiatura: Jeon Kyu-hwan
attori: Jo Jae-hyeon, Ahn Ji-hye, Park  Ji-ah, Lee Joon-hyeok, Oh Seong-tae



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