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Dear Dictator (2014)

Friday, 19 September 2014 21:11 Stefano Locati Film - Corea del Sud
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dear dictator 0Bukseong, Youngrim and Woosuck sono tre adolescenti cresciuti in un sobborgo disastrato, dove della società del benessere non si è quasi mai neanche sentito parlare. Nelle loro vite fa irruzione un uomo munito di videocamera, che si intuisce essere stato inviato dal Nord, il quale prende a seguirli e spiarli, per mettere a nudo ogni loro miseria: padri violenti, fratelli ritardati, mancanza di soldi, incomprensioni e liti si mescolano alle disavventure dell'intero villaggio (e ce ne è per ogni gusto, dal professore viscido al prete molestatore). Un gorgo di dolore e impossibilità di redenzione, confezionato come un documentario sul fallimento del capitalismo avanzato, che è in realtà un trattato hobbesiano sull'illusorietà di una qualsiasi convivenza felice tra esseri umani.

La visione di Dear Dictator richiede una certa propensione al nichilismo, pena la totale perdita di senso di dialoghi in apparenza discordanti come "Non è tuo padre, è mio padre, perciò lascia che sia io a ucciderlo, ti scongiuro". Il motto di Lee Sang-woo potrebbe d'altra parte essere "La vita è dolore, e poi si muore. E fa comunque più male di quel che credi". Ogni suo film parte dall'assunto che sia necessario mettere in scena quante più abiezioni della contemporaneità possibile, senza cedere a compromessi, come ha mostrato nell'esordio Tropical Manila (2008), ancora legato all'aura di Kim Ki-duk, e soprattutto in Mother is a Whore (2010) e Barbie (2011). Un universo oscuro fatto di povertà, violenza, soprusi, infermità mentale, ferocia, disperazione che con Dear Dictator si amplifica ulteriormente. Lee infatti prende il classico espediente della spia nordcoreana inviata al Sud - come in miriadi di film commerciali recenti sudcoreani - e lo ribalta completamente, facendone il testimone invisibile della disumanità della società. La macchina da presa maneggiata dalla spia è un occhio glaciale e distaccato che guarda con disgusto compiaciuto come sia possibile cadere in basso, come un alieno con la passione per l'entomologia appena atterrato su un formicaio in fiamme.
L'alternarsi delle riprese con la camera a mano della spia e di altre oggettive non fa che rimarcare ancora di più la devastante ingiustizia che si annida nelle disadattate periferie. La sensazione di straniamento è acuita dalle riprese che aprono il film di una Pyongyang autunnale, con le sue strade ordinate e rigorose, e dall'inserto propagandistico con voce femminile che promuove la giustizia del sistema socialista. Lee Sang-woo naturalmente gioca a provocare, e come negli altri suoi film rimane il sospetto che questa insistenza sulla disfunzionalità intrinseca della famiglia e della società sia troppo consapevole, ricercata per il puro istinto di colpire, fino a risultare pretestuosa: eppure la sua è una consapevolezza coerente, capace di andare oltre al gesto eclatante di sfregio delle convenzioni. Le contrapposizioni in apparenza facili - il soldato di leva che si impicca con la bandiera sudcoreana, segno di un fallimento inappellabile, contro la volontà educatrice e progressiva del Nord, isola felice in cui tutti hanno ciò di cui sentono il bisogno - non portano a una banale elegia del socialismo-dittatoriale di Pyongyang, piuttosto all'annullarsi delle possibilità di scelta: dovunque ci si giri, non c'è rifugio alla disfatta, rimane solo l'eventualità di una fuga insensata, e muta, verso i confini del mondo. Ma della propria colpa, quella di essere animali sociali, non ci si può liberare.



paese: Corea del Sud
anno: 2014
regia: Lee Sang-woo
sceneggiatura: Lee Sang-woo
attori: Kim Young-geon, Shin Won-ho, Seo Hyun-seok, Lee Joo-min



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