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Madonna (2015)

Monday, 28 March 2016 16:24 Emanuele Sacchi Film - Corea del Sud
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MadonnaMoon Hae-rim è perseguitata dagli incubi sul piano onirico e dai debiti su quello reale. Accetta un lavoro come assistente in una clinica privata ed esclusiva per pazienti VIP: uno dei degenti è il proprietario milionario della stessa clinica, Kim Cheol-oh, la cui esistenza viene prolungata artificialmente dal figlio Sang-woo per ragioni di puro interesse. Dopo un trapianto di cuore rigettato, Sang-woo vede in Mi-na, una ragazza in coma senza parenti né amici, un potenziale donatore, ma ha bisogno di Moon per ottenere l’autorizzazione legale a procedere.

Maternità, eutanasia, patriarcato, violenza sessuale, divisione in caste. Tanti temi, probabilmente troppi da gestire in un’opera unica, che hanno attraversato il cinema sudcoreano recente in lungo e in largo e che confluiscono nell’ultimo lavoro di Shin Su-won. Sceneggiatrice e regista al terzo film, che arriva dopo la rivelazione dell’eccellente Pluto (2012), Shin cambia registro e stile, sfidando una materia complessa e difficile da padroneggiare. Madonna è opera peculiare tanto nello stile visivo che nella struttura narrativa: il primo privilegia tonalità fredde e angolazioni di ripresa destinate a incrementare il disagio, con una tecnica da film horror; l’intreccio invece procede da una protagonista apparente, Moon, per poi dedicarsi a un lungo flashback su quella reale, la giovane e goffa Mi-na, ribattezzata Madonna per il seno prosperoso (anziché per vocazione). La parabola della ragazza è quella del più classico dei martirii: una successione crescente di umiliazioni inflitte da una società ferina e crudele, che individua immediatamente l’anello debole, indifeso e remissivo, di cui abusare. Gli uomini con lei rivelano la propria bestialità, usandola e sfruttandola senza ritegno: la macchina da presa di Shin non solo non si ritrae, ma si sofferma, insistendo sulle bassezze e sulla perversione degli aguzzini di Madonna, con il chiaro intento di alzare la soglia del disagio e del senso di colpa per aprire la strada a un epilogo in odore di misticismo (e con poche sorprese).
Al di là dell’handicap di tornare su temi già visti – Kim Ki-duk sulla sacralizzazione pseudo-cristiana di figure femminili e sulla morbosità in ambito di sesso e abusi ha costruito una carriera, per poi distruggerla – Shin palesa in Madonna carenze di linguaggio che Pluto, con la sua carica eversiva, aveva celato. Scegliere una struttura diseguale senza dosarne gli ingredienti si rivela un boomerang, così come mescolare generi (noir, mélo, horror) senza saperli innovare: nonostante il lavoro delle protagoniste sia encomiabile, l’imponente edificio morale eretto da Shin poggia sulle colonne quanto mai fragili di un simbolismo ingenuo, a partire dagli incubi su tematiche acquatiche che anticipano il ruolo della maternità nell’opera. Madonna ribadisce l’attenzione della regista per temi sociali, che assumono i toni di una divisione feudale in caste irreversibili, e per la lunga strada da percorrere nella parità di diritti – reali e non giuridici – per la donna nel post-confucianesimo sudcoreano, ma la volontà di aggiungere senza sottrarre o senza meglio calibrare affievolisce il messaggio portante e ne altera sgradevolmente il senso.

 

paese: Corea del Sud
anno: 2015
regia: Shin Su-won
sceneggiatura: Shin Su-won
attori: Seo Yeong-hee, Kwon So-yeon, Kim Yeong-min, Byeon Yo-han, Ko Seo-hee, Yoo Soon-cheol

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