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Wailing, The (2016)

Thursday, 26 May 2016 00:00 Francesca Monti Film - Corea del Sud
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The Wailing (2016)Il villaggio di Goksung, nella remota provincia sudcoreana, è teatro di omicidi misteriosi. Sui casi indaga l’ufficiale di polizia Jong-goo, mentre gli abitanti del luogo raccontano di aver visto nei boschi una creatura umanoide dagli occhi rossi intenta a divorare le carni di un animale. I sospetti si addensano su un misterioso giapponese, stabilitosi in una capanna in cima alla montagna più o meno nello stesso periodo in cui sono cominciati gli omicidi.

Quando già il titolo originale, Goksong, è doppio e suggestivo – è il nome del villaggio di montagna in cui è ambientata la vicenda, ma significa anche “suono del pianto” – e il trailer proietta direttamente nelle atmosfere di Twin Peaks, calandole in un contesto di intolleranza tipicamente sudcoreano, la sensazione di avere a che fare con un’opera rilevante aumenta. Ed è bello poter affermare, per una volta, che le aspettative non sono state spese invano. Na Hong-jin vanta un curriculum pressoché immacolato: con The Chaser (2008) ha regalato al thriller-noir, genere massiccio in Corea del Sud per quantità e qualità, uno dei capisaldi del genere. Con The Yellow Sea (2010) ha rivitalizzato il tema spionistico tra Nord e Sud, con uomini pronti a tutto per sopravvivere e un senso di disperazione immanente che attraversa la società coreana. The Wailing assembla tutto questo e lo restituisce sotto forma di pastiche eterogeneo di influenze e generi: un insieme che stordisce, spiazza, lascia perplessi e infine abbandona al mondo delle interpretazioni, in cui cercare affannosamente di collegare fili invisibili. Probabilmente prendere interamente sul serio l’opera di Na Hong-jin non è l’approccio più indicato, come non lo è sottovalutarla. Accettare il suo gioco significa lasciarsi andare al potere affabulatorio del cinema e soffermarsi su dei dettagli che costituiscono in sé altrettante piccole rivoluzioni di linguaggio.
Un preambolo quasi convenzionale, con un villaggio in preda alla superstizione e al sospetto, una minaccia fantasma e le autorità totalmente incapaci, come vuole la tradizione sudcoreana da Memories of Murder (Bong Joon-ho, 2003) in poi. Il film, o un altro film, inizia, o potrebbe iniziare, dopo un centinaio di minuti. Quando la figlia del protagonista Jong-goo viene colpita dal male, infatti, entra in scena un istrionico Hwang Jung-min (il mattatore della stagione 2015-2016, con all’attivo Veteran e A Violent Prosecutor) – ecco scattare qualcosa. Avviene quasi un reboot, che passa attraverso un’incredibile sequenza di esorcismo, cacofonica e spiazzante, che ottunde i sensi come una danza di dervisci in estasi. Gli stereotipi horror, il pregiudizio anti-giapponese e la tendenza alla caccia alle streghe e ai processi sommari si fondono per divenire altro, mentre Na Hong-jin procede per accumulo di sensazioni e MacGuffin.
Lo stupore relativo a ciò che avverrà, da qui in avanti, non è indotto dal sensazionalismo dei coup de theâtre, è parte di un processo che lavora sullo spettatore per confondergli sempre più le idee. Non solo su cosa sia reale e cosa non lo sia, come è proprio di tanto cinema orrorifico; ma su cosa sia reale (e non lo sia) per ogni singolo personaggio della vicenda, fino al punto in cui le barriere tra storytelling dentro e fuori dal piano diegetico della vicenda assomigliano a una matassa inestricabile. Bene e male divengono così concetti totalmente soggettivi, una questione di apparenza e di pregiudizio. Bene e male sono dove ti aspetti che siano: questo sembra dire l’incredibile epilogo e in un certo senso il misterioso prologo, con la citazione biblica dal Vangelo di Luca. Il libero arbitrio e il karma partecipano così alla stessa, inappellabile, sentenza ai danni della razza umana.



paese: Corea del Sud
anno: 2016
regia: Na Hong-jin
sceneggiatura: Na Hong-jin
attori: Kwak Do-won, Hwang Jeong-min, Kunimura Jun, Cheon Woo-hee, Kim Hwan-hee, Her Jin



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