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Contact, The (1997)

Thursday, 20 January 2011 12:04 Valentina Verrocchio Film - Corea del Sud
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contact_kr_0Sarà bene cominciare col dire che The Contact è stato il film di maggior successo in Corea nel 1997, con echi durati a lungo nel tempo. Preso atto del fatto che si tratta di un film sotto molti punti di vista splendido, ma non esente da pecche narrative di colore eccessivamente descrittivo e drammatico, bisogna considerare che la Corea è maturata in fretta negli ultimi dieci anni, cinematograficamente parlando; quindi, anche se visto dalla prospettiva odierna può sembrare a tratti stancante, scontato e confuso, The Contact rimane lo stesso un pezzo d'avanguardia che ha guidato e ispirato molti altri ottimi film, dai due hongkonghesi Anna Magdalena (1998) e And I Hate You So (2000), fino al coreano I Wish I Had a Wife, Too, del 2001 (che non solo riprende il personaggio femminile e prima attrice Jeon Do-yeon, ma le fa fare a tratti anche le stesse cose: aspettare che spiova con accanto il futuro happy end sotto forma di uomo ignaro, misurarsi le scarpe del preferito mentre lui non guarda, fare scoperte rivelatrici riparando un neon).

Una sera Soo-hyun, venditrice telefonica di ogni genere di prodotti, mentre guida nella notte perché guidare la distende, rimane coinvolta in un incidente stradale, sulle note di Pale Blue Eyes dei Velvet Underground. Il giorno dopo richiede la canzone durante il programma di Dong-hyun, produttore radiofonico, utilizzando la posta elettronica. Tutto bene, se non fosse che Dong-hyun proprio poche ore prima ha ricevuto una busta contenente giusto l´ellepì dei Velvet Underground, antica passione della sua ex-donna, motivo attuale di una depressione cronica e testarda. Convinto che sia stata lei a richiedere la canzone, o tutt'al più qualcuno a lei vicino, Dong-hyun rintraccia l'indirizzo e-mail di Soo-hyun ed incomincia a imbastirci un discorso, nell' impulso avido/famelico di ritrovare quella che si ostina a ritenere la donna della sua vita. Soo-hyun non se la sente di deluderlo, e gli racconta una bugia, scrivendogli di conoscere la fantomatica ex-fidanzata. Nel frattempo, nella vita offline, lei rincorre il fidanzato della sua migliore e isterica amica, e lui è messo alle strette dalla nuova fascinosa scrittrice di testi radiofonici...
Come spesso accade nelle pellicole coreane (difetto non-difetto del regista Jang Yoon-hyun, a giudicare dal successivo, altrettanto splendido e imperfetto Tell Me Something), le curve e i dossi e gli angoli e le insenature di The Contact creano un intreccio davvero arduo da riassumere in poche parole, e anche difficile da capire se non dedicando attenzione totale al film. La si potrebbe mettere così: in un'era in cui la tecnologia sembra prendersi cura delle persone abbattute dalla vita, tra programmi radiofonici, chat, e-mail, cercapersone e telefoni, un uomo e una donna imparano a fatica ad avere un dialogo che non sia solo uno sfogo egoistico, con l'occasione prendendo anche coscienza dell'inadeguatezza delle loro attuali posizioni di sudditanza psicologica a vecchi amori, maturando finalmente qualcosa di nuovo. Per ammissione del regista, qui al debutto nel cinema di massa dopo un apprendistato politico e intellettuale, The Contact è un film fatto su misura per i gusti, le aspettative e le frustrazioni delle piccole impiegate moderne. Una presa di posizione tenuamente femminil-laburista (ma non femminista!) che però, lungi dall'essere provocatoria, si risolve in un'educazione sentimental-cinematografica fatta di movimenti di macchina mobili, dietrologici e instabili, giochi ombreggiati di luci sature blu-giallo-beige-rosse presi in prestito da Kieslowski, e tematiche, volti, trame, amori e fantasie direttamente innestati dagli anni trenta-quaranta del cinema americano di sognanti segretarie in guanti e cappellino, rimasticati in variante in parte cibernetica. Un mix azzardato insomma, seppur consapevole e sapiente, che per fortuna riesce ad intrattenere. Grazie sicuramente a Jeon Do-yeon, truccata e pettinata come un aggiornamento di Merle Oberon/Gene Tierney/Myrna Loy, perfetta già di suo e capace come più volte dimostrato dopo questa prova di essere credibilissima e a suo agio nei più disparati ruoli (da Harmonioum in my memory, a Happy end...); e grazie soprattutto a Han Suk-kyu, già attore radiofonico e cantante affermato. Il personaggio di Dong-hyun, incompreso e un po' presuntuoso, si impedisce sistematicamente di sentire le cose, di ascoltare e tenere conto degli impulsi esterni (e difatti la guarigione dal torpore avverrà udendo di spalle una conversazione telefonica), risultando quasi misogino, ma tutt'altro che freddo. E sarà che a parte Shiri e qualche altro titolo, i personaggi interpretati da Han Suk-kyu si somigliano un po' tutti (e talvolta addirittura fanno le stesse cose, come stare a guardare l'oggetto del desiderio -negato- dalla vetrina di un bar, come nel successivo Christmas in August), ma nessuno meglio di lui riesce a riprodurre certe striature di timidezza bardata a forza da aggressività e disperazioni varie implose tipiche di speciali strane e intense sensibilità maschili, adulte, fragili, immature, perspicaci quanto fallimentari e bloccate in una dolcezza ruvida e cattiva, dolorosa da guardare. Han Suk-kyu/Dong-hyun manifesto della solitudine (e al diavolo la correttezza!), quando si muove ripreso a mezzo busto Nouvelle Vague nella città sfocata di luci notturne in un sottofondo jazz secondo Tom Waits, mentre va a - letteralmente - servirsi del corpo della bella gattona disinibita Eun-hee/Choo Sang-mi, la scrittrice radiofonica che crede così di conquistarlo, tramite uno sfregarsi di corpi, rimediando invece solo uno schiaffone morale in piena faccia, umiliazione delle umiliazioni, la negazione dei sentimenti, del rispetto della considerazione che crede dovutale in virtù chissà di cosa, della sua bellezza o della sua sensualità esibita, petulante e carnosamente sciocca. Han Suk-Kyu prototipo dei meccanismi che dominano i nostri cedimenti, quando mentre minimizza il peso di una bugia via chat, ne rimane anche profondamente ferito, al punto da reagire aprendosi all'istante (sulle note dell´Anna Magdalena di Bach, cioè una dichiarazione d'amore) ma proteggendosi dietro lezioni di saggezza pervicacemente cinica. Han Suk-kyu e Jeon Do-yeon, simboli dell´uomo e della donna moderni, animati da tanta buona sensibilità bruciata in cause perse e passioni datate, scadute (Chungking Express e Fallen Angels non sono poi così lontani, sebbene lì la messa in scena sia più innovativa), uniti per raccontare al pubblico, con le buone, che spesso la vita va male per colpa nostra, perché scegliamo le persone sbagliate, perché non abbiamo il coraggio di scegliere quelle giuste, che nel nuovo millennio si manifestano via cavo, in una chat o un'e-mail, mezzi di comunicazione che possono avere un senso, se non li si sfrutta solo per scaricarsi di dosso, onanisticamente, le impotenze quotidiane (come onanistiche risuonano le Gymnopedie di Eric Satie, mentre Jeon Do-Yeon si prova, di nuovo, onanisticamente, abiti eleganti davanti allo specchio, pur non dovendo andare da nessuna parte). Perché in una chat o dentro un´e-mail ci si scrive e ci si scambia pensieri che a voce sarebbe difficile e impudico mostrarsi. Diventare intimi senza accorgersene, ritrovarsi a pensare all´amico/a di mail mentre si parla con la commessa del supermercato, in un processo evolutivo di sentimenti che richiede massima cautela ed estrema sincerità prima di tutto verso sé stessi, portandosi dietro ripensamenti globali dell'intera vita, in un'epoca del resto globale, mentre è arduo decidersi tra le varie offerte di possibili realtà, senza mai avere il fegato di fare una scelta che vada al di là di un sentire comodo, in una simulazione di sofferenza che logora senza distruggere, correndo dietro, e facendolo inconsapevolmente apposta, a miraggi sbagliati, e scivolando spesso in direzioni arbitrarie, sospinti da pieni e vuoti affettivi.
Contenendo tutto questo, con relativa naturalezza, The Contact capziosamente ha attirato l'attenzione di milioni di coreani, impreziosito non solo dal miglior cast possibile ma anche da una colonna sonora classicamente da intenditori. Accanto a ciò va (quasi) scusata una dedizione non del tutto ingenua ad una drammaticità tradizionale di (troppo) facile comprensione - sarà un caso che a un certo punto qualcosa ricordi spiccatamente Harry ti presento Sally, mentre un cartellone cinematografico saluta il Woody Allen di Tutti dicono I love you?). Eppure dietro la sviolinata finale si nasconde una sorpresa liberatoria, uno scherzetto piccolo, ma da applauso a scena aperta.

 


paese: Corea del Sud
anno: 1997
regia: Jang Yoon-hyun
sceneggiatura: Jo Myeong-joo, Jang Yoon-hyun
attori: Han Suk-kyu (Dong-hyun), Jeon Do-yeon (Soo-hyun), Choo Sang-mi (Eun-hee)

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