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Ditto (2000)

Thursday, 20 January 2011 12:16 Valentina Verrocchio Film - Corea del Sud
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ditto_0In una notte di eclissi lunare, Soeun, una studentessa universitaria casualmente in possesso di un 'baracchino', entra in contatto con In, un 'modulatore' via radio HAM. Scambiandosi informazioni base sul funzionamento dell'apparecchio e scoprendo di essere iscritti alla stessa università, decidono di incontrarsi il giorno dopo per il prestito di un libro di istruzioni. Tutti e due vanno all'appuntamento, ma stranamente non riescono a vedersi, e la sera hanno una prima discussione, diffidenti e indispettiti. Nel raccontarsi reciprocamente dettagli sull'attesa l'uno dell'altra, appare chiaro che c'è qualcosa di strano, soprattutto quando In dice di vivere nel 2000, mentre Soeun sta parlando con lui dal 1979. Inizialmente increduli e sospettosi, pian piano i due riescono ad acclimatarsi allo strano fenomeno, incuriositi e riscaldati da un dialogo che comunque va avanti...

Il melodramma delle relazioni impossibili è un genere nel quale i coreani sono se non maestri, sicuramente fantasiosi architetti, spesso al limite del plausibile. Ditto, con il suo enorme successo, ha anticipato di pochissimo Il Mare, altro melodramma dal sapore fantastico più esplicitamente sentimentale, e ha seguito The Gingko Bed, in cui tramite un letto (!) un uomo si riunisce con l'amata di una vita precedente. Ditto però appare solo superficialmente come un mélo degli amori oltre la barriera del tempo, o comunque non è solo questo, e i suoi piani narrativi sono molteplici e innocentemente subdoli, forse un po' per inesperienza, ma un po' per un inestricabile discorso sullo scorrere frammentato del tempo, sulla distanza e sulle imprescindibili, e forse inesistenti, affinità elettive che portano le persone ad affezionarsi in impalpabili sintonie. Kim Jeung-kwon era qui al suo primo film; con il successivo A Man Who Went on Mars ha confermato la volontà di propinarci difetti caparbi (seppur nella mole di pregi delle sue regie), come il voler mettere lo spettatore davanti all'accettazione dell'irrealtà come dato di fatto, o come la tendenza a saltare curiosamente interi passaggi, che in qualunque altro film ne avrebbero costituito il succo più gustoso.
Di certo Ditto è un film molto lungo, durante il quale poco o niente accade. È inoltre affidato a due attori inadeguati al fardello di sfumature richieste: il lui della situazione, Yoo Ji-tae, è inespressivo al punto da sembrare cieco, forte solo dell'essere l'idolo di inizio millennio di migliaia di coreane, non molto aiutato dall'abbigliamento ultra alla moda fatto apposta per accentuare lo scarto tra il 2000 e il 1979; e la fondamentale lei del film, Kim Ha-neul - veramente impreparata (a un certo punto guarda perfino 'in macchina') - se ne va in giro per la trama provvista solo di faccette e smorfie che rendono molto precariamente il turbinio di emozioni al quale il suo personaggio è sottoposto (i suoi musetti torneranno, menomale contestualizzati, in My Tutor Friend). Stonature varie si notano anche negli eccessi di regia, tipo certi primi piani di sguardi molto Taxi Driver, tanto scorsesiani senza nessun'altra motivazione se non la rappresentazione degli anni settanta anche registicamente.
Eppure, nonostante le imperfezioni, questo film ha una sua personalità ben definita, incisiva e, pur non commuovendo (o commuovendo, ma dove uno non se l'aspetta, magari davanti una mano che misura un volto, per poi lasciarci gelidi di fronte al finale) solletica molti pensieri, scatenando riflessioni su più piani logici. Prima di tutto non si può non pensare al film come a un tentativo di mostrare un meccanismo bipartito della coscienza dei coreani: da un lato, quello più sommario, il rappresentare storie di persone divise così com'è divisa la Corea (J.S.A. può essere un esempio più efficace, ma ce ne sarebbero a bizzeffe); dall'altro il guardarsi indietro dei coreani, i quali, avendo attraversato in quaranta anni di storia estremi opposti - in bilico tra regime marziale, inglobamento comunista e desiderio di democrazia - hanno registrato eventi completamente devastanti, prima di raggiungere lo stato di apparente e durevole tranquillità sociale nel quale si trovano ora. Andare a scavare nella storia personale, come fa il personaggio di In, significa imbattersi in controsensi e forse dettagli indigesti, utili solo a farsi una ragione dell'essere riusciti ad arrivare in qualche modo fino all'oggi, accettando la realtà o forse rifiutandola (la strada scelta dai personaggi dei film di Lee Chang-dong, per esempio, tutti sconquassati dalle somministrazioni militari iniettate dal succedersi di governi e svolte politiche). In Ditto tutto ciò appare abbastanza evidente, specialmente nella parte ambientata negli anni settanta, in cui Soeun, prototipo della futura protagonista di The Classic, attraversa con i libri sottobraccio e la gonnella da brava ragazza dimostrazioni e cortei, in una nuvola di polvere e lacrimogeni. Oppure quando l'amico di Soeun, Dong-hee, ferito durante le dimostrazioni e ricoverato nello stesso ospedale in cui la migliore amica di lei si trova già da tempo, con una gamba rotta, dà inconsapevolmente il via al cambiamento delle loro vite. Per non parlare del fatto che le scene più riuscite del film sono quelle in cui In e Soeun si parlano tramite il baracchino, chiedendosi niente altro se non notizie della Corea anni settanta, e poi della Corea del duemila. E proprio in questo, da qualche parte, sta il subdolo che non è solo circoscritto a Ditto, ma si espande in sordina a tutte le relazioni a distanza (siano esse spaziali o temporali). C'è un momento in cui Soeun e In parlano, e l'inquadratura sembra essere divisa in due, come gli split screen delle commedie americane. Apparentemente solo un fotomontaggio sulla linea della scuola hollywoodiana classica, ma l'incapacità recitativa di Kim Ha-neul le fa scappare delle occhiate che sono troppo evidentemente dirette a Yoo Ji-tae, che è lì, nello stesso studio in cui si trova lei, a fingere un fotomontaggio che in realtà è un muoversi tutti e due nello stesso spazio e nello stesso momento, camuffati dalla presenza di un acquario che divide come un trompe d´oeil la scena, per finta. Queste due persone, separate da tutto quello che sappiamo che nel film le separa, sono in questo momento insieme e stanno parlano di come è diversa la Corea. L'effetto ottico è il loro essere distanti nello spazio e dal tempo, mentre la realtà è che sono uniti e respirano la stessa aria! Non si tratta necessariamente di una storia d'amore, come non lo è, pur essendola, la storia di Soeun e In, e, anzi, spesso la storia d'amore arriva come ripiego, per non aver saputo usare correttamente il medium a propria disposizione, forzando le corrispondenze per impazienza, fino a fraintenderle in storie sentimentali. Soeun avrebbe una vita e una persona che le piace anche fuori dagli incontri notturni via radio con In, ma lo stesso senza rendersene conto contamina i suoi deambulare e interagire con l'unica vita che le è dato di vivere, quella dentro il suo presente, con dettagli di conversazioni avute con In, e lo stesso accade a In, ripreso in questo comportamento dall'amichetta del suo presente, Hyun-ji (Ha Ji-won, futura vamp di The Phone e Sex is Zero, qui petulante, infagottata e paffuta bamboccia), la quale lo accusa di essere troppo felice, e di desiderare per questo qualcosa di diverso, che lo faccia immalinconire in una rete di impossibilità. Qualcosa di vero ci deve pur essere, se In si immerge completamente nella ricerca di dettagli sul passato di Soeun, ma si dimentica per esempio il compleanno di sua madre nel presente.
Insomma, a parlare di Ditto - e non tanto del film in sé quanto di ciò che sottintende - ci si perde facilmente; è questo lo strano del film, che poi, per contro, è innocuo e noioso.

 


paese: Corea del Sud
anno: 2000
regia: Kim Jeung-kwon
sceneggiatura: Jang Jin
attori: Yoo Ji-tae (In), Kim Ha-neul (Soeun), Ha Ji-won (Hyun-ji)

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