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Green Fish (1997)

Thursday, 20 January 2011 12:58 Valentina Verrocchio Film - Corea del Sud
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gree_fish_0Green Fish oggi è pluriacclamato dalla critica, soprattutto dopo i seguenti fastosi successi del suo regista Lee Chang-dong, Peppermint Candy e Oasis. Ma è anche un film che fatica a farsi strada nelle impressioni del pubblico, perché sembra tante cose che in realtà non è, e dunque delude cinicamente le aspettative a ogni svolta narrativa, lasciando lo spettatore senza un appiglio positivo, come a volte la vita. E per questo è un film raro, raro e grande, nella piccolezza dei suoi personaggi da nulla.

Accade in Green Fish che di ritorno dal servizio militare Mak-dong (che significa figlio più giovane) in treno incontra una donna e fa a botte con dei tizi molesti che la disturbano, calcolando male i tempi delle sue reazioni e finendo malmenato. Quando riesce a tornare a casa, a Ilsan, un sobborgo di Seoul, trova i suoi tre fratelli, la sorella e la mamma abbastanza allo sbaraglio, trascinati e lobotomizzati dal tran tran quotidiano e dai modi di arrabattarsi per la sopravvivenza. Mak-dong no, lui quella vita non la vuole fare, è convinto che si possa evitare; lui si sente diverso e, sperduto nell'incomprensione di ciò che ha intorno, perfino ancora inconsapevole di essere indeciso sul da farsi e su come rimboccarsi le maniche e cominciare un lavoro qualunque, intanto riesce a ritrovare la donna incontrata sul treno, una cantante di night piuttosto malmessa e dall'equilibrio psichico teso all'autodistruzione, la quale ha come protettore un piccolo boss malavitoso che per accontentarla e mostrare almeno in un campo il suo piccolo potere, trova immediatamente lavoro a Mak-dong in uno dei suoi garage. Mak-dong però, pur non essendo realmente aggressivo, ha una natura pura e per questo rissosa, e ciò lo porta suo malgrado e paradossalmente a farsi strada nel panorama del crimine più o meno organizzato, con il suo reagire sempre ai cazzotti, e con inventiva anche, con premeditazione talvolta. E pian piano, tra bastonate e angosce sorde senza nome, Mak-dong a modo suo cresce, mentre tutto gli declina e lo disillude intorno.
Guardare Green Fish è un'esperienza amara, fredda, assordantemente incisiva, sordidamente cocente, buia e desolante, così straziante da irrigidire, da lasciare uno sguardo ghiacciato che immobilizza l'aria, accartocciando ogni speranza di luce. Forse un po' come Sympathy for Mr Vengeance.
Di Lee Chang-dong oramai si sa tutto, che è stato un ottimo scrittore, un grandioso regista, un abile politico. E infatti il personaggio camaleonticamente interpretato da Han Suk-kyu, Mak-dong, ci viene presentato librescamente, con l'aiuto di un foulard rosa, una corsa sui binari, uno sguardo a sé stesso nello specchio e quel sorriso non ingenuo, non sprezzante, non furbo... quel sorriso soltanto vuoto, vuoto-assente di maturità. Così come anche Shim Hye-jin/Mieh, anche lei è libresca, irregolare, imperfetta, bizzarra, cosparsa di disperazione come fosse benzina che la brucia e le porta via l'anima, brillante e bella, molto più bella di tutte le belle attrici lavate giovani e profumate candide. E non sfugge neppure Mun Sung-geun/Bae Tae-gon, il piccolo malvivente, l'omino che arranca con la pettinatura squadrata da poveraccio, e quasi crede alla possibilità di essere un grande, uno da rispettare, con tutto lo sporco che non riesce a togliersi di dosso e tutta la morale che continua a propinare, tra l'altro a ragione. Ma sì, appaiono tutti in forma libresca i personaggi di Green Fish. Perfino Song Kang-ho, in altri film buono o gigione o paziente o intenso (il faccione di J.S.A. e di The Foul King), e qui niente altro che un bastardo totale, di quelli che non crepano mai. Però poi succede qualcosa, perché a partire da un dato momento il film di Lee Chang-dong perde linearità, non procede più narrativamente bensì frammentariamente, come se spigoli di importanza più che altro dolorosa, come ricordi che si raffreddano diventando tali nel momento in cui vengono vissuti, sfilassero uno dietro l'altro sempre più brevi e precisi: il picnic familiare sul prato obnubilato da tutto che va storto, con Mak-dong a carrellare circolarmente, in macchina, su ciò che la sua famiglia in realtà è, un cumulo di insoddisfazione, di povertà di bassezza irrimediabile; il viaggio in treno di Mak-dong con la spoglia Mieh, nulla di originale, anzi, qualcosa di dichiaratamente cronico, eppure per pochi momenti dolce, con Mak-dong quasi cieco di ingenuità in un toccarsi di labbra che significa tutto e continua a non significare niente. Il pavimento del bagno allagato di sangue annacquato, la risata di Mak-dong nella cabina telefonica. Fino a quando il tempo filmico rallenta di nuovo, la smette di tagliuzzarsi, e ridiventa narrativo nella scena finale, che in principio non si capisce dove voglia andare a parare, e poi sbatte irreparabilmente per la prima volta contro l'esistenza dei sentimenti, della consapevolezza lacerante della realtà. Il grande vestito bianco e ottuso di Mieh, e il suo panico puro, finalmente.
Green Fish riesce a essere stridulamente poetico mentre è crudo e irremovibile, definitivo. Tutto rasenta il suolo ed è concreto e possibile ben oltre l'intarsio dialettico di un libro, o di un film. Il debutto di Lee Chang-dong è un calcio pessimista a tutte le glorie da gangster, a tutte le femme fatale della storia, a tutti gli uomini che non ci arrivano mai a crescere, e gli tocca lo stesso vivere, così, senza del tutto capire, e senza aver chiesto nulla di particolare, presenziando e addirittura manipolando orrori senza senso, dove tutto sembra risolversi su vari livelli di meschinità, ma non oltre.

 


paese: Corea del Sud
anno: 1997
regia: Lee Chang-dong
sceneggiatura: Lee Chang-dong
attori: Han Suk-kyu (Mak-dong), Shim Hye-jin (Mieh), Mun Sung-geun (Bae Tae-gon), Song Kang-ho, Oh Ji-hye, Han Sun-gyu, Jung Jae-young, Myung Kye-nam

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