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Jealousy is My Middle Name (2002)

Friday, 21 January 2011 12:14 Stefano Locati Film - Corea del Sud
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jealousy_middle_name_0Jealousy is My Middle Name è pellicola cui bisogna concedere attenzione: distrarsi significherebbe perdere le insondabili increspature di sentimenti che vi sono nascosti, invisibili alla superficie. Quella richiesta è però un'attenzione emozionale più che razionale: si tratta cioè di lasciarsi pervadere e trasportare da una corrente di elettrizzante sospensione tra stati contrastanti, dove la gelosia si confonde con l'amore, il disinteresse con l'attrazione, la freddezza con l'amicizia. Una intricata selva di rovi entro la quale immergersi, o lasciarsi cadere, consapevoli che se ne riemergerà feriti, pieni di tagli, eppure rigenerati, i sensi ebbri di armonica dissonanza. Un percorso irto di false piste, di tortuosi raccordi, che pure sono in grado di confluire senza sbalzi in un dialogo comune, nella possibile zona d'ombra dove il cinema si confronta con l'inconscio delle pulsioni umane.

Won-sang, laureando che vorrebbe insegnare inglese, finisce col diventare redattore di una rivista letteraria. Tutto normale, non fosse che l'editore, Yoon-shik, è lo stesso uomo che tempo prima, pur sposato con figlia, gli rubò la fidanzata, per poi scaricarla subito dopo. Situazione che pare doversi ripetere quando Won-sang conosce Sung-yeon, veterinaria con la passione per la fotografia, che una volta entrata in redazione instaura un'ambigua relazione proprio con Yoon-shik. Won-sang è perso nelle maglie dell'apatia, stretto tra le cure paterne dell'editore e il rompicapo della febbrile attrazione per Sung-yeon. La sola via pensabile è un'improbabile fuga tra le braccia della padrona di casa, emotivamente instabile, dentro cui riversare tutta la propria rabbia.
Lo sguardo dell'esordiente Park Chan-ok è un tuffo nella carnalità dei desideri. Nulla a che vedere con la sfera corporea, con il sesso nella sua fisicità - se non fuggevolmente - quanto con il livore fortemente sessuato e connotato delle interazioni umane. Il mondo messo in scena dalla sceneggiatrice/regista sembra contrapporsi alla furba e superficiale ridondanza prospettata da Byeon Young-ju nell'irritante Ardor, raggiungendo al contrario gli spietati solipsismi emotivi del protagonista di Turning Gate, di Hong Sang-soo. Cambiano le sfumature, ma ad approfondirsi è quel fossato ineludibile tra sé e alterità che imperversa e comanda su ogni nostra azione, un solco che inasprisce le reazioni, disperdendoci tra paranoia e bisogno di vicinanza. Entro questo quadro sono allora comprensibili le idiosincrasie relazionali tra Yoon-shik, ricco, potente, ma inspiegabilmente protettivo nei confronti del nuovo redattore e Won-sang, che lo odia, ne è geloso fino a spiarlo di nascosto, seguirlo, scrutarne con morbosa attrazione la casa vuota, ma è succube della sua trasbordante affabilità; tra la padrona di casa solitaria e desiderosa d'amore e un Won-sang cinicamente cieco; tra una Sung-yeon sperduta, fragile, e un Yoon-shik disposto a tutto per tornare indietro - giovane, pieno, vivo -, annichilito nelle relazioni extra familiari. Un radicale complesso di interazioni mutabili (e instabili) colte nel loro magmatico fluire. Vale la pena perdercisi, solo per provare a ritrovarsi.

 


paese: Corea del Sud
anno: 2002
regia: Park Chan-ok
sceneggiatura: Park Chan-ok
attori: Park Hae-il (Lee Won-sang), Mun Sung-geun (Han Yoon-shik), Bae Jong-ok (Sung-yeon), Seo Yeong-hee, Choi Jin-yeong, Gong Ho-seok, Min Bok-ki

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