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JSA - Joint Security Area (2000)

jsa_0Nei pressi del 38° parallelo, a Panmunjon, i soldati delle due Coree si fronteggiano stancamente; la snervante ma monotona quotidianità è spezzata dall’omicidio di due guardie del nord e dal ferimento di una terza, Oh Kyung-pil, a opera di un soldato del sud, Lee Soo-hyun. Le versioni ufficiali divergono: Soo-hyun sostiene di essere stato rapito e di aver ucciso per garantirsi la fuga, Kyung-pil dichiara che è stato il soldato del sud, impazzito, a fare irruzione nella loro postazione. A fare chiarezza è chiamata la Commissione di Supervisione delle Nazioni Neutrali (NNSC), che invia sul posto un ufficiale svedese e una svizzera di origini coreane, Sophie Jang; spetta a loro il difficile compito di spezzare il muro di omertà incrociate.

La lotta per la verità si trasforma allora nel riemergere di memorie sepolte (la scoperta delle vere origini del padre di Sophie) e soprattutto nello straziante dolore di legami umani eclissati e recisi dalle questioni di stato (l’amicizia prima sospettosa poi necessaria tra le guardie di confine): una lotta impossibile, in un mondo manicheizzato, istericamente dicotomico, dove il sentire individuale è soggiogato a logiche invariabili e distanti, frutto di due poteri che mantengono il controllo solo grazie alla divisione consensuale. Perché, come sottolinea un generale del sud, "Ci sono solo due generi di persone al mondo. Bastardi comunisti e nemici dei comunisti. Non c'è posto per i neutrali". Per questo il segreto che nascondono Soo-hyun e Kyung-pil, la verità del loro incontro, la comunanza spirituale in grado di travalicare linee tracciate con righelli sporchi di sangue, è destinato a rimanere impalpabile; in fondo "qui la pace è preservata nascondendo la verità". E allora è tutto lecito, in uno stallo che mantiene solo la spettrale parvenza della non-belligeranza, trasformandosi in guerra di posizione insanabile. Park Chan-wook estremizza gli opposti, in un’amara e lucidissima riflessione sul destino tragico di coloro che cercano spazi di convivenza negli interstizi di gangli del potere sempre più opprimenti; quando a prosperare è la fredda razionalità della sottomissione e dell'obbedienza, non c'è via di scampo, solo il dolore e la morte sono destinati a regnare.
Nonostante rimanga nella sostanza film popolare, destinato a una larga fruizione di massa, non scevro da ammiccamenti e spettacolarizzazioni, Joint Security Area (JSA) resta film difficile, persino scomodo, per niente disposto a consolatorie scelte morali come quelle che neanche un anno prima prospettava Shiri; per questo risulta fondamentale e necessario vederlo - sintomatico di come sia possibile unire incassi ed intransigenza (solo formalmente smussata). La poetica leggerezza che resiste, al fondo, è garantita da attori visceralmente partecipi, dalla faccia determinata e sperduta di Lee Byung-heon (Harmonium in My Memory) allo sguardo sfuggente e triste di Song Kang-ho (definitivamente affermatosi con The Foul King, emerso anni addietro per la piccola parte in No. 3). Meno essenziale e forse debitrice all'impostazione di certi legal-thriller di stampo statunitense (Codice d'onore di Rob Reiner, ad esempio) la presenza di Lee Yeong-ae.

 


paese: Corea del Sud
anno: 2000
regia: Park Chan-wook
sceneggiatura: Jeong Seong-san, Kim Hyeon-seok, Lee Mu-yeong, Park Chan-wook
attori: Lee Byung-heon (Lee Soo-hyuk), Song Kang-ho (Oh Kyung-pil), Lee Yeong-ae (Sophie Jang), Kim Tae-woo, Shin Ha-kyun

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