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Man who Went to Mars, A (2003)

Friday, 21 January 2011 13:02 Valentina Verrocchio Film - Corea del Sud
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man_who_went_to_mars_0In un minuscolo villaggio in collina, non molto distante da Seoul, Seung-jae e So-hee sono compagni di scuola e vicini di casa. Il papà di So-hee è morto facendo credere alla bambina di dover andare su Marte, e la piccola prende a scrivergli delle lettere, anche se gli altri bambini del villaggio la prendono in giro. Seung-jae allora pensa di ovviare al problema facendo amicizia col postino e scrivendo lui delle lettere a So-hee, firmandole come suo padre. Quando So-hee viene mandata a Seoul per continuare gli studi, Seung-jae rimane da solo con una scatola di lettere che So-hee pensava di aver scritto in risposta a quelle inviatele dal papà su Marte.

Seung-jae cresce come un bravo ragazzo dall'animo mite e semplice, trova un lavoro nel villaggio, viene adocchiato dalla farmacista del paese e tiene compagnia alla nonna di So-hee, senza mai dimenticare quella piccola amichetta, che nel frattempo è diventata grande e lavora in una grande ditta, in città. Finché un giorno, la nonna di So-hee viene a dire che la nipote sta per tornare in visita...
C´è da prendere per buona l'ipotesi che A Man Who Went on Mars voglia raccontare la sua storia quasi interamente con lo stesso stato d'animo del protagonista, con la stessa fragile tenue felicità dei grandi sorrisi di Seung-jae / Shin Ha-kyun. Altrimenti, senza questa teoria, sarebbe francamente difficoltoso accettare certi dettagli, tra il fiabesco e l'inverosimile, a voler essere cattivi puerili e ridicoli. Ma fin dall'inizio le scelte sono chiare, lo spettatore vede subito, avvertito dalla Luna e non solo, che si tratta di un racconto contaminato completamente dalla fantasia e dalla magia di cui la fantasia è capace. Questa è una storia che procede per sottrazione, sia a livello narrativo, nel rappresentare una vita nell'assenza della persona amata, sia a livello cinematografico, con i tanti momenti appena accennati, se non semplicemente non rappresentati e solo intuiti, o solo abbozzati. E poi poco altro, pochi piccoli frammenti, che diventano grandi, dilatati-diluiti dai ricordi di Seung-jae e dal senso del dosaggio nella messa in scena, quasi musicale, del regista Kim Jeung-kwon, lo stesso di Ditto, altra storia di sentire nell'assenza o, a volerla mettere in termini diversi, altra storia di amore con spazi che prendono forma incanalati loro malgrado in tempi diversi e lontani, con a disposizione solo quelle certezze illusorie e allo stesso tempo reali che i sentimenti riescono a dare, alle volte. E in più, rispetto a Ditto, in A man who went on Mars c'è una profusione di colori vivi sulla base del bianco: il rosso il verde e l'arancio sono anch'essi personaggi che si incarnano in una sciarpa e poi anche in un'altra, in un maglione, in una scarpa, o in un piccolo globo di vetro con tante stelline che ci galleggiano dentro. I colori che hanno le cose, quando ci si ripensa e riaffiorano alla mente. I generi cinematografici che si avvicendano in questo film, poi, sono anche loro ben distribuiti, di nuovo come in un movimento musicale, che in questo caso si potrebbe dipanare in: allegro, moderato, andante. Dapprima un tocco di commedia, poi uno di romanticismo e di dolcezza, e poi quello abissale e drammatico, ma ancora con leggerezza, fra follia, paranoia e impotenza. E ancora una divisione concettuale, infine, tra l'immaginazione, serena calma e buona (quello che succede sul divano accanto alla stufa, e come succede; la scena in cui la nonna va via e il motivo per cui decide di andare via... difficile trovare scene così nei film), e la realtà, più che altro soap-operosa (il fidanzato di So-hee, i discorsi della farmacista ferita). Insomma Kim Jeung-kwon stavolta ha portato a termine davvero un buon lavoro, coadiuvato, certo, dall'assoluta presenza scenica del sorriso di Shin Ha-kyun (già visto in J.S.A., Guns and talks, Save the green planet, ma soprattutto in Sympathy for Mr Vengeance - il ragazzo coi capelli verdi), stavolta più esplicitamente alle prese con un personaggio che del tutto scioccamente si potrebbe definire scemo, quasi come Forrest Gump, ha fatto notare qualcuno (paragone errato!). Quanto all'altra protagonista, la bella Kim Hee-seon, si è capito che è bravina nei ruoli da fredda tardiva a riconoscere i sentimenti che non siano i suoi (lo aveva già fatto in Wanee & Junah), ma non è per merito suo, né del suo personaggio (tutto sommato imperscrutabile e poco leggibile e assente, perché così dev'essere l'icona di un amore quando diventa una fissazione).
Insomma un buon film realizzato a livelli ottimi, anche se con niente di nuovo all'interno, perché la figura dell'uomo che resta indietro, tra docilità e passione modestamente passiva e contemplativa, mentre la donna forse non si evolve, ma di certo fa altre prove con altri uomini altri lavori altre città, è un po' una caratteristica ricorrente del cinema coreano degli ultimi anni (One fine Spring day, The Contact, Green fish). (1)
Nell'apprezzare l'effetto positivo che Letter from Mars (titolo alternativo) riesce a dare nel complesso, non si può però evitare di registrare che nonostante tutte le buone intenzioni possibili, questo film tragga beneficio da ciò che è riuscito a riprodurre (o a copiare, sempre a voler essere acidi) da tanti altri film, con una fotografia memorabile che per chi guarda funziona da stimolo/gioco (a voler giocare...) per la memoria fotografico-mentale: Il mare, My Sassy Girl, Sympathy for mr. Vengeance, Lover's Concerto, The Classic e perfino L´Atalante e La siréne du Mississippi. C'è un po' di tutti questi film, e per fortuna c'è anche altro, anche se Shin Ha-kyun che fuori orario, fuori luogo e fuori dal tempo sorride ai suoi sogni per l'ultima volta fa davvero pensare ai sogni di Jean Daste mentre cerca Dita Parlo nel sonno.

 


Note
1 Piacerebbe indagare sul significato che i coreani danno al non sapersi riprendere dei loro uomini, una volta ammaliati e poi superati (tante domande: questi uomini sono un simbolo di pensiero reazionario? Sono un´oggettiva preoccupazione per i tempi che cambiano? Sono il simbolo di una mentalità arretrata che è ancora necessario magari considerare e comprendere, ma per lasciarsela alle spalle al più presto? Sono un voler vedere le donne come qualcosa di sporco e cattivo, che poi è tipico di tutte le culture che hanno subito influssi cattolici? Sono uomini che potrebbero anche essere donne, ed è un caso che siano uomini nei film che ci colpiscono, e sembra strano solo a noi sudeuropei machisti che un film racconti la storia di uomini bloccati nel ricordo di una donna?).


paese: Corea del Sud
anno: 2003
regia: Kim Jeung-kwon
sceneggiatura: Jang Jin
attori: Shin Ha-kyun (Seung-jae), Kim Hee-seon (So-hee)

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