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My Mother, Mermaid (2004)

Friday, 21 January 2011 13:53 Stefano Locati Film - Corea del Sud
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my_mother_mermaid_0A quattro anni di distanza da I Wish I Had a Wife, Park Heung-shik racconta uno scontro generazionale fatto di incomprensioni e solitudine, ritraendo l'ingenuità dell'abbandono alle emozioni (ritrovate). Na-young lavora in un ufficio postale, ma non sogna altro che la vacanza-premio in Nuova Zelanda che si è guadagnata. Nel frattempo si barcamena tra la rabbia e le difficoltà di una vita con due genitori-assenti. La madre fa massaggi in una sauna, impreca, sputa continuamente, e pensa solo ai soldi. Il padre è ridotto al silenzio dalla colpa, in uno stato di apatia perenne da quando perse tutti i risparmi in un investimento sbagliato.

Per Na-young il momento della partenza si avvicina, ma suo padre si sente improvvisamente male e scompare: constatato che la madre non vuole interessarsene, lei è costretta a rinunciare ai suoi progetti per correre a cercarlo sull'isola di Jeju, dove in gioventù i suoi si conobbero. Qui giunta succede l'inesplicabile. Na-young si ritrova di fronte sua madre ventenne, nel pieno della vitalità, sprizzante gioia per l'amore nei confronti di un postino sorridente e gentile - che altri non è che suo padre. I piani temporali collidono, e Na-young si ritrova spettatrice del momento fugace e sfuggente in cui le vite dei suoi genitori, quasi irriconoscibili, si intrecciarono.
Riflessione sul mutamento, sul potere delle circostanze, My Mother, Mermaid mette in scena l'inesorabile fluire del tempo e il suo potere di riplasmare i caratteri, di ridisegnare le prospettive, contrapponendo due segmenti cristallizzati (la speranza del passato rispetto alla disillusione del presente) con un scambio simbolico (l'incontro madre-figlia). Il peccato non trascurabile è che nel farlo sceglie la strada meno interessante, mettendo a rischio la tenuta finale. Non si tratta di problemi di messa in scena, che anzi contribuisce a sottolineare le sfumature. Jeon Do-yeon è una delle attrici più versatili del cinema coreano, in grado di passare con trasporto dall'ingenuità di una ragazzina di campagna (Harmonium in my Memory) alla passione di un'adultera introversa (Happy End), senza disdegnare ruoli da noir d'azione (No Blood, No Tears): per questo la scelta di affidarle un doppio ruolo appare qui non solo convincente, ma necessaria. Il suo ritratto di una rancorosa ragazza della Seoul contemporanea e di sua madre quand'era giovane, isolana analfabeta ma piena di vitalità, illumina di contrasti i personaggi, creando un'atmosfera crepitante, che ha modo di far esplodere il disincanto del passaggio generazionale, in cui tutto si ripete eguale, eppure sempre diverso. Na-young ha modo di specchiarsi nel passato, confrontandolo non tanto con il presente dei suoi genitori, ma con il suo presente. Anche Park Hae-il, già visto in Jealousy is my Middle Name, impressiona positivamente, con quel sorriso enigmatico ad illuminargli il volto: anche la ricostruzione dell'isola e lo scarto rispetto alla metropoli riesce a incuriosire. È piuttosto nella sceneggiatura che Park Heung-shik pecca di fatua ingenuità: tra tutti gli espedienti pensabili per mettere in scena questa collisione di universi, l'incontro fisico e atemporale tra figlia e madre appare il più banale e banalizzante - con l'aggravante che la scelta non è perseguita con convinzione. Memore di Ritorno al futuro, la trovata si trasforma subito in comoda scappatoia per far rivivere a Na-young ciò che erano i genitori, e ora non sono più. Il suo apporto alla storia è però assolutamente nullo, inessenziale: limitandosi a stare ai margini, non vista, diventa orpello esornativo fine a se stesso, infrangendo la sospensione dell'incredulità e l'intera impalcatura che avrebbe permesso in altre condizioni di abbozzare una riflessione non scontata sul fluire del tempo. Ancora una volta i melodrammi coreani dimostrano una predisposizione atipica e interessante verso gli incroci temporali, ma alla tenuta generale manca ancora la sicurezza necessaria per uscire dal semplice gioco a incastri (Calla, del 1999, era da questo punto di vista disastroso) o dal buffo paradosso immaginifico (Ditto, del 2000, simpatico, ma poco altro).

 


paese: Corea del Sud
anno: 2004
regia: Park Heung-shik
sceneggiatura: Park Heung-shik, Song Hye-jin
attori: Jeon Do-yeon (Na-young/Yeon-soon), Park Hae-il (Kim Jin-kook), Ko Doo-shim

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