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Old Boy (2003)

Saturday, 22 January 2011 02:14 Stefano Locati Film - Corea del Sud
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old_boy_0Oh Dae-soo, perfetto esempio di uomo senza qualità, distratto padre di famiglia, anonimo salary man che annega nell'alcool la sua infelicità, viene inesplicabilmente rapito. Si ritrova in una stanza-carcere in cui trascorrerà i successivi quindici anni della sua esistenza: senza spiegazioni, senza motivo apparente, preda della routine (zapping televisivo, esercizi fisici e il gas narcotico che lo addormenta ogni sera). Altrettanto repentina è la liberazione: Dae-soo si ritrova spaesato in una città completamente aliena, solo. Restano da capire i motivi di tale esperienza e per quale ragione il suo presunto carceriere continui a perseguitarlo.

Le strade della vendetta sono infinite: dove Sympathy for mr. Vengeance esacerbava la rabbia della disperazione, in rotta contro un destino opprimente, Old Boy esplora il silente gelo della premeditazione, in cui ogni singola azione, anche la più insignificante, scatena una selva di reazioni inderogabili. Affondando senza pietà lo sguardo nelle interiora tumefatte delle pulsioni umane, Park Chan-wook assembla un meccanismo a orologeria perfetto, in grado di allineare 1) casualità dell'agire, 2) libero arbitrio e 3) ineluttabilità su un unico, annichilente piano. Rimpianto e rimorsi si annullano a vicenda, in un rapporto osmotico continuo, così come il tempo, che perde di significato: ieri e domani sono un perenne presente in cui assaporare una rivincita mefistofelica e definitiva. Un rompicapo del dolore che proprio nel suo esplicarsi, facendo perno su una curiosità sempre più bulimica e irrefrenabile, intrappola senza rimedio. L'anelito alla conoscenza brucia le ali dell'innocenza, e non resta che la caduta, quando è troppo tardi per salvarsi. Non si tratta neanche più, come in passato, di inchiodare semplicemente alla sedia, di torcere l'intestino fino ad innescare il rapporto d'empatia con i protagonisti, quanto di sfrondare le emozioni, scardinare qualsiasi resistenza, paralizzando i sensi (di colpa) in un torpore diffuso; perché nell'incedere da indagine procedurale anche noi finiamo per perderci, diventando vittime e carnefici partecipi, attivi, vivendo in prima persona la disvelazione. Ognuno sulla propria pelle. Non è forse questo l'arcano segreto del cinema, non è forse questo il motivo per cui ognuno è attratto dalle luci elettriche di un film? Guardare, senza dubbio, ma al contempo essere guardati, denudati.
Gran Premio della Giuria a Cannes 2004, ispirato a un manga in otto volumi scritto da Tsuchiya Garon e illustrato da Minegishi Nobuaki a partire dal 1997, Old Boy risulta ineccepibile anche dal punto di vista produttivo, con una ricerca estetica che non può non ricordare la maniacalità di A Tale of Two Sisters, dispiegata con tenore meno solipsistico. Colori controllati e saturi, dominati da toni scuri, poche scenografie ricorrenti, coreografie che spiazzano per la loro fluidità nei rari momenti di frenesia e, su tutti, attori definitivi. Choi Min-shik è mostruoso, inarrivabile, un corpo imperscrutabile - non solo il volto ma l'intera figura - in cui traspare evidente solo il sardonico distacco. Ma nel corso del film c'è un ben chiaro avvicendamento, un passaggio di testimone, e allora il protagonista diviene Yoo Ji-tae, nella sua interpretazione migliore, maschera asettica stranamente aperta a un'ironia sadica.

 


paese: Corea del Sud
anno: 2003
regia: Park Chan-wook
sceneggiatura: Park Chan-wook, Hwang Jo-yoon, Im Joon-hyun
attori: Choi Min-shik (Oh Dae-soo), Yoo Ji-tae (Lee Woo-jin), Kang Hye-jung (Mi-do)

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