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Peppermint Candy (2000)

Saturday, 22 January 2011 02:38 Valentina Verrocchio Film - Corea del Sud
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peppermint_candy_0Le cose che ci succedono per caso, o che ci concediamo, sbagliando o azzeccando, riescono in superficie a impolverarci con una ragnatela di atteggiamenti a catena, a mutare definitivamente il profilo di quello che siamo, e tracciando nella profondità buia del cuore una linea calcata, una fessura ripiena di memorie apparentemente rimosse e invisibili, sulle quali si accatastano principi subdoli di deterioramento irreversibile, e scintille candide di vita piccola, che alla velocità della luce si disfa, si allontana e si perde.

1979-1999: venti anni della storia di un uomo sono chiusi dentro Peppermint Candy, che va avanti tornando cocciutamente indietro, non sulle svolte salienti del passato, bensì su dettagli nudi e mimetici, imbevuti già della frustrazione futura di non poter essere controllati nel loro sviluppo e nemmeno nella scelta di essere ricordati. L´uomo si chiama Young-ho, e arriva gualcito e perso in sé stesso a un raduno di vecchi compagni di scuola, su un praticello che ha l'aria di essere scampato casualmente al diventare una discarica, al fianco di un piccolo ruscello sotto le rotaie della ferrovia. A quanto pare gli ex-compagni non si erano minimamente sognati che Young-ho potesse raggiungerli. Ballano, bevono e cantano, ingrassati, involuti, automatici e karaokici, inconsapevoli di quanto Young-ho, per nessun motivo e per tanti motivi, sia ormai diverso da loro, spaccato/sconfitto irreparabilmente dalla vita. Young-ho con loro è quasi manesco, poi corre via, poi piange. E poi il film si fissa su un fermo immagine, dal quale comincia a macinare chilometri dentro il corpo ammaestrato, il cuore avvelenato e soffocato di Young-ho, con una colonna sonora che ricompare periodicamente uguale a sé stessa, somigliando a quella di un documentario aziendale al risparmio, strana e bella proprio perché aliena.
Peppermint Candy, quasi come fosse un difetto freudiano del protagonista che poi si estende al film davanti agli occhi dello spettatore, rimane continuamente in bilico tra l'introversione delle scelte narrative (il moto del treno, le persone che aspettano in macchina, quel fastidio al ginocchio che continua a venire mostrato senza essere imposto, la voluta e ostinata piattezza con cui ciò che è più importante scorre senza nessun orpello che ne accentui o ne diversifichi il valore...) e il desiderio di volersi spiegare a tutti i costi rischiando la ridondanza, pur di sfiorare una chance di essere compreso (le didascalie, le annate, e pian piano non solo il moto del treno, ma anche quello di macchine e cani e uccelli casuali). Tutti e tre i film di Lee Chang Dong del resto danno l'impressione di raccontare la propria storia prima di tutto a sé stessi, e nell'estrema sincerità con cui devono necessariamente narrarsi, vengono scambiati facilmente per crudi, per magistrali, addirittura per filosofici e contemplativi, fraintendimenti facili in epoca di eccessi immotivati e sempre benvoluti, arrovellamenti scervellati di un pubblico al quale piace prendere cantonate compatte. Peppermint Candy invece è prima di tutto solo un secondo film, in mezzo tra altri due, è solo la faccia nervosa e scomposta della (im)maturità tutta rotta di Sol Kyung-gu, dopo quella infantile e rigidamente impreparata dall'Han Suk-yu di Green Fish, e prima di quella saltata in aria, trasfigurata e assente di moralità dello stesso Sol Kyung-gu nel personaggio che è in Oasis, l´ultimo film oltre il quale continuare l'artificio del fare cinema forse deve essere sembrato impudico a Lee Chang Dong, o (giustamente) troppo gratificante e in un modo troppo stolto, per proseguire su schermo col filo dei propri pensieri. Peppermint Candy insomma potrebbe essere spiegato, smontato, incensato e compreso immagine per immagine, eppure il suo epicentro emozionale riuscirebbe lo stesso a sfuggire, esattamente come il trucco del treno, omaggio a tutta la storia del cinema e a tutti i treni, che portano via, altrove, la gente che si separa dai luoghi e rimuove il passato dalla coscienza vigile. Allora basta dire che come film chiede a chi guarda non solo partecipazione ma la capacità di riuscire a comprendere il dolore senza parole e senza soluzione di Young-ho, traslitterandolo a seconda della propria esperienza. E proprio per questo, corre il rischio di sembrare oscuro e lo stesso bello-dolorosissimo in molti punti e con diverse sfumature, a seconda dei sentire personali. C'è una scena in cui Young-ho fa il solletico alla moglie incinta, e lei ride e sta al gioco, e tutto ha l'apparenza di un momento che significa serenità. Invece Young-ho, ripresosi il giornale torna completamente a immergersi nel suo nulla di uomo svuotato di sé stesso e di senso. Il fatto è che di scene così la realtà ne crea troppe, e ogni secondo; perché dunque fermarsi a badare proprio a questa? Bittermint candy, un sapore, una lacrima amara e rara, perché raramente viviamo qualcosa che è noi stessi allo stato puro, ideale. Il più delle volte invece dalla purezza ci allontaniamo in derive incommensurabilmente insulse. (Febbraio 2004)

 


paese: Corea del Sud
anno: 2000
regia: Lee Chang-dong
sceneggiatura: Lee Chang-dong
attori: Sol Kyung-gu (Young-ho), Moon So-ri (Soon-im), Kim Yeo-jin, Koh Seo-hee, Seo Jeong, Park Ji-young, Park Se-beom, Lee Dae-yeon, Kim Kyoung-ik

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