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Rewind (2002)

Saturday, 22 January 2011 18:07 Valentina Verrocchio Film - Corea del Sud
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rewind_0Una storia molto semplice, quasi vuota: un uomo lavora in una videoteca, e fa una vita monotona, solitaria, della quale non sembra minimamente lamentarsi. A un certo punto comincia a ricevere delle lettere di una donna che si dice curiosa, interessata a lui, ma indecisa, forse innamorata, forse no. Dopo un po´, mentre riordina le videocassette, trova un video senza etichetta. Dentro ci sono le immagini private di una donna. E qualche giorno dopo la persona che flirtava con l´obiettivo nel video va nella videoteca a reclamare il nastro, spiegando che per errore è stato restituito insieme a dei film affittati. Per qualche strano cortocircuito del cervello, l´uomo invece di fare quello che ci si aspetterebbe, fa qualcos´altro. Intanto continuano ad arrivare lettere, mentre nel vicinato tante altre presenze si aggirano ripetitive, riempiendo il quotidiano di un qualche calore...

Rewind è il racconto molto delicato e sommesso di una depressione e successivamente di una solitudine che sfuggono di mano. Le possibili vie d'uscita passano e rimangono inutilizzate, solo tratteggiate e sospettate, oppure s'intrecciano col caso e con la volontà in un miscuglio strano, che richiede tantissimo tempo per prendere davvero forma e venire davvero notato, razionalizzato, ma sa dissolversi nello spazio di un secondo, con una svista sciocca che fa crollare tutto nel nulla. Questo piccolo film indipendente, girato molto bene e molto meglio elaborato di tanti altri colossi drammatico-romanticheggianti della nuova Corea cinematografica, basando tutto il suo essere sul proprietario di una videoteca, senza però dargli connotazioni occlusivamente videodipendenti, può di certo permettersi le citazioni di cui abbonda: Sesso, bugie e videotape compare, ma per un momento, sotto forma di videocassetta in una strana scena in cui le persone che cercano un film da vedere sono raffigurate come peccatori in confessionale (peccato non essere in grado di riconoscere i titoli dei film coreani passati in rassegna!). Ma è al cinema di Rohmer e di Truffaut che Rewind affida la sua velata paternità dai ritmi smorzati: apparizioni momentanee e reminiscenti, come la ragazza vestita di bianco che entra a sorpresa nel negozio, puntando una piccola pistola, molto Jeanne Moreau, e molto La Sposa in Nero, oppure l'altra ragazza barista e malmenata, con quella faccia tanto somigliante alla compianta Francoise D´Orleac, e anche il momento, inutile alla trama, ma carino, in cui l'uomo porta i cartoni animati a casa della bambina lasciata sola dalla mamma. La vera dichiarazione d'intenti c'è però a partire da quella scena con la sfilata di donne in strada, calco e omaggio inequivocabile all'identica scena di L'amore il pomeriggio, in cui il protagonista immaginava che tutte le donne dei precedenti film di Rohmer gli sfilassero davanti, fantasticando di possedere qualcosa che le facesse arrendere al suo fascino, pur nella vita essendo tranquillamente sposato, e pur essendo lui il personaggio di uno e un solo film. In Rewind il protagonista immagina che tutte le donne del vicinato possano essere quella, misteriosa, che scrive le lettere, con un'unica voce, espediente onirico del suo desiderio sopito, sempre più a fuoco sulla curiosità di conoscere la verità. Ma l'immaginazione di questo personaggio è flebilissima, perché non ha, o non si concede, voglie precise, e si limita ad osservare i giorni che scorrono, onestamente (non a caso infatti tutto, in Jang Hyun-Sung, ricorda il personaggio di Han Suk-kyu in Christmas in August, autoisolatosi non solo per la malattia, ma anche per disistima, e non a caso a un certo punto sbuca fuori quel discorso gelante, con la ex moglie, sull'inutilità di risposarsi solo per colmare i vuoti, pur dopo aver compreso di non essere tagliati per il matrimonio). Anche il montaggio segue la lezione truffautica dei controcampi tagliuzzati e ridotti alla massima brevità possibile, per ravvicinare e collegare la tensione sincronizzata dei volti coinvolti (accade al ristorante, quando la verità sta per saltare fuori inavvertitamente, per un lapsus la cui presenza diviene avvertibile negli occhi di entrambi i personaggi, inconsapevolmente sull'orlo di un climax che cercano, in qualche modo imprecisato ma traumatico, proprio tramite i ridottissimi controcampi). Chiaramente fare un film in stile ala pacata della Nouvelle Vague, in questo nuovo millennio, sarebbe stato altamente a rischio di ridicolaggine involontaria e presupponenza autoriale. Così Rewind s'impone invece una confezione molto scorrevole, senza grandi smottamenti, senza soluzioni di regia chiassose che rivoltino come un guanto l'idea di cinema, di colpo con le cuciture tutte in vista. Rewind è silenzioso, è sottotono, è sinuoso e dissimulato, senza imporsi e senza essere indispensabile. Un determinato tipo di pubblico ci riconoscerà dentro sapori molto familiari e forse troverà qualcosa in comune con il cinema di Hong Sang-Soo (ma Rewind è meglio, perché è meno farraginosamente pomposo, e tanto meno misogino!). I restanti, illanguoriti dai riassuntini filmici che puntano tutto sul presunto essere osé del contenuto del video trovato da Jang Hyun-Sung, prenderanno a contorcersi di noia, in attesa della fine. (Giugno 2004)

 


paese: Corea del Sud
anno: 2002
regia: Kim Hak-soon
sceneggiatura: Kim Hak-soon
attori: Jang Hyun-Sung, Bang Eun-jin, Oh Yun-hong

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