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Thirst (2009)

Thursday, 11 November 2010 04:06 Stefano Locati Film - Corea del Sud
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ThirstPremio della Giuria al festival di Cannes 2009, ex-aequo con Fish Tank di Andrea Arnold, il vampire-romance di Park Chan-wook, libera rielaborazione del Teresa Raquin di Émile Zola (1867), è come sempre rigoroso nel portare alle estreme conseguenze le premesse.

Sang-hyeon, un prete cristiano, si offre come volontario per sperimentare il possibile vaccino di un terribile morbo. In conseguenza di una trasfusione, il prete sviluppa però una strana fobia alla luce e un desiderio incontrollato per il sangue, oltre a una forza sovrumana e a capacità rigenerative. In conflitto tra nuovi istinti e passata fede, Sang-hyeon tenta di saziare gli appetiti senza uccidere, succhiando il minimo indispensabile di sangue ai pazienti in coma dell'ospedale in cui lavora. Quando però incontra un suo vecchio amico d'infanzia, Kang-woo, vagamente ritardato e perennemente malaticcio, l'attrazione per sua moglie, orfana adottata dalla famiglia di Kang-woo, è irresistibile. La ragazza, Tae-ju, colta impreparata dalle attenzioni, è pronta a manipolare Sang-hyeon per liberarsi dalla cappa oppressiva formata da Kang-woo e dalla madre di lui. Infatuato, Sang-hyeon rende un succhiasangue indistruttibile anche Tae-ju. È l'inizio di una discesa inesorabile nella lussuria e nel peccato.
Thirst coniuga con il solito maniacale rigore di forma richiami horror, dramma romantico, dubbi esistenzial-religiosi e istinti da commedia grottesca. Park Chan-wook non si limita a prendere da diversi generi, ma accumula fino al parossismo, portando a un cortocircuito continuo di linguaggi: l'aura mistica decadente dai vampiri è spazzata via dai poco eleganti rumori di risucchio quando suggono il sangue, il contorno romantico della relazione impossibile tra un prete e un'orfana maltrattata è disinnescato dalle risate maliziose di lei, il confronto teologico su peccato e redenzione tra Sang-hyeon e il suo confessore-mentore cieco è interrotto da uno squarcio nel petto. Questa continua volontà di rilancio e riassestamento del messaggio è insieme il pregio e il limite di Thirst, e probabilmente di Park Chan-wook come narratore, per quello che ha mostrato sino a oggi: da un lato la cura stilistica e di produzione rende una continua sorpresa lo spaesamento dettato dai cambi di ritmo e di modelli rappresentativi, dall'altro il meccanismo rivela presto la sua natura di raffinato gioco neanche troppo intellettuale, rischiando di svuotare il film di qualsiasi senso, anche i più semplici e basilari. Al fondo, in effetti, Thirst rimane una allegoria anche piuttosto scopertamente misogina nella rappresentazione del femminile come fonte di fascinazione e dunque traviamento di qualsiasi ideale di purezza. Sang-heyon, infatti, nonostante sia messo a confronto con l'abisso del Male (il vampirismo come maledizione spirituale), riesce a resistere alle tentazioni, evitando di uccidere. È solo la demoniaca Tae-ju che ne travia gli intenti, distruggendo il castello di carta delle sue protezioni teoriche e teologiche. Una tesi non nuova, non casualmente molto cattolica, che ben si adagia al visione maschilista della società coreana.

 

paese: Corea del Sud
anno: 2009
regia: Park Chan-wook
sceneggiatura: Park Chan-wook, Chung Seo-kyung
attori: Song Kang-ho (Sang-hyeon), Kim Ok-bin (Tae-ju), Kim Hae-sook (Ra), Shin Ha-kyun (Kang-woo), Park In-hwan (Noh), Oh Dal-su (Yeong-doo), Mercedes Cabral (Evelyn)



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