Save the Green Planet (2003)

save_green_planet_0Lee Byung-goo, apicoltore sociopatico e disturbato, rapisce il presidente della Yuje Chemical, Kang Man-shik, pensando sia un alieno proveniente da Andromeda: l'accusa è di aver fatto cadere in coma sua madre in seguito a un esperimento genetico. Byung-goo relega l'industriale in una catapecchia ai margini del mondo, torturandolo per fargli confessare la pozione in grado di salvare la madre; intanto lo squinternato detective Chu e la giovane recluta Kim, un suo ammiratore, hanno vita dura nel cercare di risalire ai moventi dello strambo rapimento.

Un film in grado di citare apertamente (e impunemente) la famosa scena del monolite nero di 2001 Odissea nello spazio, senza peraltro perdere un'oncia di credibilità, è certamente un esempio d'incoscienza o di acume poliedrico e disincantato. Nonostante l'intricato sottotesto di rimandi incrociati, dalla lirica revanscista di Sympathy for mr. Vengeance all'ingenuità di Ultimatum alla terra - fino alla distopia di Essi vivono, Save the Green Planet è però tutt'altro che un esercizio di citazionismo impazzito e fine a se stesso. Nell'iconoclastia postmoderna sciorinata da Jang Jun-hwan (esordiente d'eccezione, come dimostrano il premio per la miglior regia al Festival Internazionale di Mosca o i numerosi premi al Puchon International Film Festival) s'intravede piuttosto un'estrema chiarezza d'intenti, oltreché una passione viscerale per i fumetti di fantascienza anni '50 e '60; iscrivendosi nella spessa logica di tumefazione dei generi tanto cara al cinema di Hong Kong del passato, ma con una pungente ironia figlia della nouvelle vague, Jang miscela denuncia sociale e satira, deliri complottistici e fervore anarchico, squarci di violenza inaudita (basterebbero le api assassine) e intuizioni intimiste strazianti (la fidanzata cicciotta che al circo cade dal filo sospeso nel vuoto). La coerenza sceneggiativa, la colonna sonora nostalgica (Over the Rainbow, Besame mucho), la fotografia satura, l'ambientazione labirintica (con i molti livelli della casa/fortino) e - soprattutto - un Shin Ha-kyun sempre più simpatico (e tremendamente credibile) nel ruolo di folle-perdente-sognatore, consentono alle mille intuizioni di non sfilacciarsi in rivoli isolati, mantenendo una visionaria unità di fondo.

 


paese: Corea del Sud
anno: 2003
regia: Jang Joon-hwan
sceneggiatura: Jang Joon-hwan
attori: Shin Ha-kyun (Lee Byung-goo), Baek Yoon-shik, Hwang Jung-min, Lee Jae-yong, Ki Ju-bong