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Some (2004)

Tuesday, 25 January 2011 01:54 Stefano Locati Film - Corea del Sud
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some_0Tell Me Something, del 1999, era un thriller cupo, evocativo, giocato sulla costruzione non lineare e sugli scarti repentini della storia. Gli elementi erano classici (una serie di corpi smembrati ritrovati in sacchetti dell'immondizia), così come buona parte dei rebus (con echi da Dario Argento), eppure il film aveva a buon diritto incuriosito. Jang Yoon-hyun - esordio nel lungometraggio col melodramma The Contact, sincero ma incompleto - si è poi dedicato con esiti alterni alla produzione, tra film medi (Liar, Wild Card) e altri più interessanti (il sibillino horror-militare R-Point). Con Some Jang torna alla regia e alle atmosfere noir.

Kang Sung-joo, poliziotto giovane e insonne, sta indagando sul furto di un carico di droga precedentemente sequestrato dalle forze dell'ordine. I sospetti ricadono su una banda di pirati informatici, anche se per il momento ad essere trattenuto per accertamenti è il caposezione Oh, responsabile del trasferimento. Preso in mezzo a un regolamento di conti tra la banda di ragazzini e degli spietati trafficanti, Sung-joo salva da un'aggressione Yu-jin, giovane reporter del traffico di Seoul, che potrebbe involontariamente avere informazioni vitali sull'inchiesta. Mentre la ragazza sperimenta dei dejà-vu al sapore di premonizioni riguardanti il poliziotto, le indagini si infittiscono.
Frantumando i tasselli di un puzzle che non si svela mai fino in fondo, Jang Yoon-hyun prosegue quel discorso di discontinuità narrativa cominciato con Tell Me Something. Se montaggio, fotografia e direzione artistica sono ai massimi livelli, davvero ineccepibili, fuori registro è però proprio l'intarsio della sceneggiatura, che non riesce a focalizzare gli sforzi in modo coerente. Gli elementi a disposizione - il mistero attorno al furto di droga, la vera natura delle parti in causa, le inspiegabili epifanie di cui è preda Yu-jin, l'attrazione nascente tra lei e Sung-joo - rimangono slegati, aleatori, privi della tensione necessaria a risultare coinvolgenti. La sensazione finale è quella di frammenti gettati alla rinfusa nella mischia, con innegabile acume registico, ma poca perizia nel racconto. Di conseguenza il gioco d'intelligenza tra autore e spettatore perde di valore, degradando pericolosamente verso il vuoto esercizio di stile. In questo senso poco praticabile appare anche la spiegazione metaforica, tentata ad esempio da Darcy Paquet, che vede nel film la riproposizione della mania dei coreani per la comunicazione in tutte le sue coniugazioni tecnolgiche (nel film è usato di tutto, da radio, cellulari e computer a sistemi a circuito chiuso, macchine fotografiche o telecamere); pur presente, finisce con l'essere elemento secondario, slegato da contesto e del tutto accessorio.

 


paese: Corea del Sud
anno: 2004
regia: Jang Yoon-hyun
sceneggiatura: Kim Eun-Jung
attori: Ko Soo, Song Ji-hyo, Kang Sung-jin

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