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Poongsan (2011)

Wednesday, 01 February 2012 01:52 Emanuele Sacchi Film - Corea del Sud
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poongsan_0Lo chiamano Poongsan, perché è aggressivo e implacabile come un poongsan dog e perché fuma sempre sigarette Poongsan. È un uomo misterioso e silenzioso, capace di attraversare la DMZ che divide Nord e Sud della Corea in tre ore, anche solo per far passare dei filmati di anziani amanti separati dal filo spinato e desiderosi di vedersi, benché in video, un'ultima volta. Inviato per recuperare una donna del Nord e portarla al Sud, però, avviene l'imprevisto e tra i due comincia a farsi strada l'amore. Complicando ancor più la situazione.

L'antica tradizione del film di spionaggio che vedeva protagonisti i terribili Russi e gli agenti dell'Occidente è da tempo sulla via dell'estinzione, per ovvie ragioni storiche e politiche. La Corea, divisa in due, ha il “privilegio” di poter portare avanti un sottogenere ricco di spunti narrativi, con la zona demilitarizzata come epicentro dell'azione. Poongsan rispetta in pieno i punti-cardine del genere, ma diverge nell'approccio, rifuggendo - in parte - dagli stereotipi sui nordcoreani e concentrandosi su altri temi; più un film di Kim Ki-duk che un film di spionaggio. L'eroe, in particolare, è kimkidukiano fino al midollo. Silenzioso, forse muto, dalle origini incerte (non si sa neanche se provenga dal Nord o dal Sud e meno ancora da che parte stia, come gli chiedono incessantemente gli aguzzini di ambedue i fronti), è una macchina da guerra dal cuore d'oro che si fa beffe di tutti gli omuncoli che sparano a nord e a sud della DMZ; eroe melvilliano, come il Ryan Gosling di Drive, che però non uccide nessuno e ama follemente. Un concentrato di Bad Guy e Ferro 3, con l'amore che nasce nelle circostanze più improbabili e nonostante difficoltà insormontabili, culminando in una sequenza emblematica di bacio disperato, come se non esistesse un domani.
L'impressione è di avere a che fare con la maniera di Kim Ki-duk, come se il maestro, stanco e sfiduciato, affidasse alla regia del fido scudiero Jun Jae-hong - già autore del poco convincente Beautiful, sempre su sceneggiatura di Kim - la diffusione della sua visione sul mondo e in questo caso sulla situazione coreana, denudata nel suo nonsense assoluto. Seppur abbigliati diversamente, e con un differente accento, i due fronti contrapposti si comportano in maniera speculare, ma la loro è una reiterazione degli stessi comportamenti ottusi e violenti, figli della paura e dell'asservimento a un ideale accettato in maniera acritica ma tutt'altro che condiviso (si veda la discussione tra gli agenti del Nord su cosa fare del diamante). Entrambi gli schieramenti si esibiscono in sadiche torture - alle scosse elettriche sudcoreane i comunisti contrappongono metodi altrettanto barbari, ma più primitivi - e si trastullano nei nightclub. Come dire che sono figli della stessa nazione e come tale condividono anche i medesimi difetti. Morale spudoratamente unionista, che si poggia sull'evidente assurdità di una condizione (sempre più) surreale come quella coreana, che dopo 50 anni di intrighi e guerra fredda, ancora non accenna a concludersi.


paese: Corea del Sud
anno: 2011
regia: Jun Jae-hong
sceneggiatura: Kim Ki-duk
attori: Yoon Kye-sang (Poong-san), Kim Gyoo-ri (In-ok), Kim Jong-soo, Han Gi-joong, Choi Moo-seong, Yoo Ha-bok



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