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11.25: The Day Mishima Chose His Own Fate (2012)

Saturday, 02 June 2012 17:59 Giampiero Raganelli Film - Giappone
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11_25_the_day_mishima_chose_his_own_fate_0Per la seconda volta Wakamatsu Kōji affronta la figura di Mishima Yukio: lo aveva già fatto nel 1970, con il film The Woman Who Wanted to Die, su impulso immediato del grande impatto suscitato dal tentato colpo di stato e conseguente suicidio dello scrittore, il 25 novembre del 1970. Con lo spirito anarcoide che caratterizzava quella sua fase artistica, il regista vedeva la figura dello scrittore, insieme alla tradizionale saga dei 47 ronin, come portatrice di valori tradizionali di morte, il seppuku, il suicidio rituale del samurai, e lo shinjū, il doppio suicidio di amanti, che inducono nei personaggi del film una tensione all’autodistruzione in un connubio di eros e tanathos. Oggi la figura di Mishima rientra in un percorso di rilettura storica che il regista sta facendo, con il dovuto distacco, di quegli anni, come già il precedente United Red Army (2007), in cui era invece politicamente coinvolto.

11.25: The Day Mishima Chose His Own Fate può rientrare in un ideale dittico con United Red Army. Gli eventi di questo film sono messi in risonanza con quelli raccontati nell’altro. L’intento di Wakamatsu è quello di analizzare quell’epoca in fermento, focalizzandosi su due diversi punti di vista. E la figura di Mishima è trattata con lo stesso rispetto dei militanti della United Red Army, accomunati dall’impegno per contrastare la deriva modernista del paese, secondo quelli che erano i propri ideali. Wakamatsu li guarda ora con sguardo disilluso: “Il tempo ci permette di capire che nulla cambiò nella nostra società”.
Il personaggio di Mishima è quindi sostanzialmente visto nel suo rilievo storico, Wakamatsu non prende praticamente in considerazione la sua figura letteraria, non ci sono letture, citazioni enfatiche o rappresentazioni da suoi romanzi, come invece è l’approccio di Paul Schrader in Mishima: a Life in Four Chapters (1985). Il film di Wakamatsu inizia con l’assassinio del leader socialista Asanuma Inejirō, e il suicidio in carcere del suo attentatore, nel 1960, e racconta una serie di fatti di quella turbolenta stagione: l’incidente di Kin Kiro (in cui un giovane coreano prese in ostaggio un gruppo di persone per protesta contro le discriminazioni subite), i violenti scontri all’Università di Tokyo nel 1969, le azioni della United Red Army, le manifestazioni per il Vietnam. In questo contesto di tensione si inserisce quindi il blitz di Mishima e della sua milizia, la Tate no Kai. Wakamatsu lo racconta con precisione e minuzia di dettagli. Prima si sofferma, in modo estenuante, sui lunghi preparativi, come dipingere l’hachimaki (la fascia in testa) seguendo le basilari regole della suspence. La narrazione dell’episodio combacia con la ricostruzione fatta da Schrader, con un'unica differenza: al comandate preso in ostaggio viene tolto il bavaglio prima del seppuku di Mishima, con cui si conclude il film statunitense, mentre nel film giapponese questo avviene dopo la morte dello scrittore e prima del suicidio rituale del suo sodale Morita Masakatsu. Wakamatsu si spinge più oltre quindi, non ha bisogno di chiudere con quell’enfasi hollywoodiana e con una roboante musica come quella di Philip Glass, e aggiunge un epilogo finale, presumibilmente inventato: l’incontro cinque anni dopo tra la vedova dello scrittore e uno dei miliziani superstiti uscito di prigione, Koga Hiroyasu - un momento toccante che avviene in un baretto esattamente uguale a quelli del film precedente Cycling Chronicles: Landscapes the Boy Saw (2004).
Fisicamente Mishima è reso in maniera palesemente infedele: l’attore che lo impersona è giovane, dieci anni di meno di quelli che aveva lo scrittore quando è morto, e soprattutto la sua corporatura è gracile, come si vede nelle scene dei bagni pubblici, mentre è noto che in quel periodo Mishima era molto muscoloso. Si tratta evidentemente, in una ricostruzione così accurata, di una inesattezza voluta. Wakamatsu vuole sottolineare la reale fragilità interiore dello scrittore, ancora come quella di Confessioni di una maschera, evidenziandone così l’umanità, come quella dei giovani membri della milizia. E l’omaggio alla grande statura del Mishima letterato si ha solo nei titoli di coda, che elencano, prima di ogni altro credito, le sue opere più importanti.


paese: Giappone
anno: 2012
regia: Wakamatsu Koji
sceneggiatura: Kakegawa Masayuki, Wakamatsu Koji
attori: Arata (Mishima Yukio), Mitsushima Shinnosuke (Morita Masakatsu), Nakaizumi Hideo, Kan Hanae, Terajima Shinobu, Suzuki Shinji, Shibukawa Kiyohiko



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Fisicamente Mishima è reso in maniera palesemente infedele: l’attore che lo impersona è giovane, dieci anni di meno di quelli che aveva lo scrittore quando è morto, e soprattutto la sua corporatura è gracile, come si vede nelle scene dei bagni pubblici, mentre è noto che in quel periodo Mishima era molto muscoloso. Si tratta evidentemente, in una ricostruzione così accurata, di una inesattezza voluta. Wakamatsu vuole sottolineare la reale fragilità interiore dello scrittore, ancora come quella di Confessioni di una maschera, evidenziandone così l’umanità, come quella dei giovani membri della milizia. E l’omaggio alla grande statura del Mishima letterato si ha solo nei titoli di coda, che elencano, prima di ogni altro credito, le sue opere più importanti.

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