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Nanayo (2008)

Monday, 03 September 2012 12:48 Stefano Locati Film - Giappone
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nanayo_0Dopo il Gran Premio al festival di Cannes per The Mourning Forest (2007), Kawase Naomi si allontana dal suo Giappone ancestrale e segue il viaggio di una giovane nel cuore della Thailandia. Se in precedenza il suo cinema aveva sempre flirtato con l'esotismo, in Nanayo l'amore si fa esplicito, ma la messa in scena della diversità culturale come fascinazione per la superficie (i monaci buddisti, i massaggi thai) è retto da un afflato poetico sottile, in filigrana, in grado di evitare il pamphlet turistico o spirituale più spiccio. Il film rimane così sospeso nella babele di linguaggi e intenzioni opposte, in una stasi lieve, che dal suo minimalismo artefatto trae linfa vitale.

Saiko arriva sola in un caotico centro urbano della Thailandia e si infila in un taxi, chiedendo di essere portata in un certo albergo. Durante il tragitto si addormenta, per la stanchezza del viaggio, e si risveglia in una foresta. Impaurita dal tassista, che le parla in una lingua che non comprende, scappa, abbandonando tutti i suoi bagagli, solo per finire tra le braccia di un uomo, Greg, che la calma parlandole in francese. Saiko lo segue fino a una casa, retta dalla rubiconda Amari, esperta di massaggi, e addolcita dalla presenza di suo figlio, bambino misto di padre giapponese. Qui la viaggiatrice trova pace e ristoro, scoprendo che il tassista era in realtà l'innocuo fratello della proprietaria e iniziando a sua volta a studiare i massaggi thai.
Sorretto da un'impalcatura narrativa fragile e in qualche modo pretestuosa, Nanayo affronta l'incontro di culture in assenza di un collante linguistico saldo. Giapponese, tailandese, francese e inglese si mescolano in un calderone frammentario che disgrega i significati e li riduce a suoni buffi da scambiarsi durante i pranzi in comune. A dominare è il rumoroso silenzio della foresta, scandito da routine ordinarie e universali. A questo spaesamento si assomma la perdita di baricentro della protagonista, che osserva rapita quello che la circonda con un atteggiamento che dalla paura passa lentamente al coinvolgimento e all'accettazione - come mostra l'unica sequenza davvero memorabile del film, una corsa nella notte in città per sfuggire a dei papponi inferociti, che dalle urla di paura del gruppo scivola a una risata collettiva liberatoria e lucente. Kawase mantiene il tocco tenue del suo cinema, sempre tendente alla libertà documentaria, ma qui sembra appesantita dalla volontà di compiacere il proprio pubblico, inserendo l'usuale contrasto uomo-natura in un contesto a lei alieno, diverso dal Giappone e dalla provincia di Nara che conosce intimamente. Ci si trascina così verso un manierismo che coglie l'essenza del luogo come un turista attratto solo dalle caratteristiche aliene dei luoghi che visita, isolate da una qualsiasi analisi più approfondita. A rimanere è la forza abbacinante della natura, che ingloba il pittoresco chiasso umano - come ricorda il piano sequenza finale, che partendo dalla festa per l'investitura del bambino a monaco la abbandona per immergersi lungo il fiume, sempre più nel folto della foresta. Nanayo non è l'esito più compiuto del percorso artistico di finzione della Kawase (meglio partire da Shara, Hanezu o lo stesso The Mourning Forest), ma per chi è attratto dalla sua poetica riserva comunque piacevoli sorprese.


paese: Giappone
anno: 2008
regia: Kawase Naomi
sceneggiatura: Kawase Naomi, Inukai Kyoko
attori: Hasegawa Kyoko (Saiko), Grégoire Colin (Greg), Kittipoj Mankang (Amari), Todoroki Netsai (Marwin), Todoroki Yohei, Murakami Jun (monaco)



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