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Good-for-Nothing / Rokudenashi (1960)

Sunday, 14 October 2012 12:39 Stefano Locati Film - Giappone
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good_for_nothing_0In risposta al nascente successo della televisione e al riscontro di pubblico dei film storici violenti prodotti da Toei e sulla nuova gioventù della Nikkatsu, anche la tradizionalista Shochiku cerca di sperimentare strade inedite, dando spazio a giovani assistenti alla regia: apripista fu Oshima Nagisa con A Street of Love and Hope (1959), seguito da Shinoda Masahiro  con One Way Ticket to Love (1960) e dall'esordio di Yoshida Yoshishige, che fin dal titolo, Rokudensahi ("buono a nulla"), moltiplicato a schermo nei titoli di testa, gridava tutta la sua rabbia nichilista. Appartenente al filone taiyozoku ("tribù del sole"), decrive giovani rampanti che eludono le tradizioni sociali giapponesi per gettarsi nell'edonismo individualista portato del crescente successo economico nazionale, punto di rottura non solo tematico, ma anche formale: con eleganti movimenti di macchina e una cura sorprendente per la disposizione delle luci e la composizione delle inquadrature, Yoshida imprime un salto che fa pensare a Fino all'ultimo respiro di Jean-Luc Godard, uscito solo qualche mese prima nei cinema francesi, e che è cardine del suo progresso stilistico culminato in Eros + Massacre (1969).

Jun è un giovane studente universitario di estrazione povera, caparbio e cocciuto, che trascorre il tempo con una banda di quattro amici capitanata dal ricco figlio di un industriale, in grado di provvedere economicamente a ogni loro passatempo. Per combattere la noia, i quattro prelevano fuori dalla banca la giovane segretaria del capitano d'industria, Makino, minacciando di rubare i soldi che ha appena ritirato. Si tratta solo di uno scherzo, e alla fine i soldi vengono riconsegnati, ma è l'avvio di un gioco pericoloso che evidenzia la distanza tra ricchezza e povertà, finzione e intensità, amore per se stessi e odio verso la società.
Good for Nothing è una corsa al ritmo di jazz nei meandri luccicanti della nuova Tokyo, che nella sua geometrica eleganza assomiglia sempre di più a New York, con macchine di lusso e grattacieli. Yoshida descrive con occhio clinico il sostrato giovanile che iniziava a rendersi conto del crescente benessere economico e viene schiacciato tra antichi ideali e un nuovo modo di intendere la vita, selvaggio e soffocante al contempo. Il gruppo di amici, in apparenza saldo e coeso, nasconde però in realtà una profonda divisione interna, tra ricchi e poveri, in prima battuta, ma non solo, anche tra diverse visioni della disperazione del vivere: la rabbia repressa a stento dell'amico di Jun, povero come lui, l'alienazione del quarto compagno ricco, spedito a studiare negli Stati Uniti per "punizione", l'insicurezza mascherata da sfrontatezza del capobanda, infine l'indecisione di Jun stesso, che è attratto da Makino, ma non può darlo a vedere e soprattutto non può ammetterlo con se stesso. Un microcosmo stratificato, cui si aggiunge la descrizione del modello capitalista, incarnato dai compagni d'affari del padre, e della noia giocosa dei salaryman, nella figura del collega che continua a importunare Makino per convincerla a uscire con lui. Le tensioni innescate dallo "scherzo" iniziale deflagrano gradualmente, portando alla luce tutte le contraddizioni, e se anche il finale è vagamente esagerato nella sua drammaticità, riesce a esprimere visivamente il delirio di onnipotenza menefreghista che si infrange nell'ammissione dell'esistenza di qualcosa cui si tiene. Altri film successivi, come Akitsu Springs (1962) o The Affair (1967), avrebbero mostrato appieno le potenzialità di Yoshida, ma in questo esordio sono già contenuti i germi di uno dei cineasti più dirompenti della sua generazione.


paese: Giappone
anno: 1960
regia: Yoshida Kiju (Yoshida Yoshishige)
sceneggiatura: Yoshida Kiju (Yoshida Yoshishige)
attori: Takachiho Hizuru, Tsugawa Masahiko, Kawazu Yusuke, Chino Kakuko, Mishima Masao, Yamashita Junichiro, Yasui Shoji



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