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Shield of Straw (2013)

Saturday, 01 June 2013 10:38 Giampiero Raganelli Film - Giappone
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shield_of_straw_0«Uccidete Kunihide Kiyomaru e vi pagherò un miliardo di yen»: questo è il proclama della taglia messa dal magnate Ninagawa (interpretato da Yamazaki Tsutomu, il vecchio attore feticcio di Itami Juzo) per vendicare la nipotina di sette anni, barbaramente abusata e uccisa. Il colpevole è stato catturato dalla polizia ed è tenuto presso la stazione di Fukuoka, da cui deve essere trasferito a Tokyo. Quattro ufficiali hanno il compito di trasportare e scortare quello che è un bersaglio vivente in un viaggio di 1.200 km, consapevoli della gran quantità di killer potenziali che possono annidarsi ovunque, anche tra le stesse forze dell'ordine, e convinti, per senso del dovere, a difendere un essere così abietto.

C'è una frase in quest'ultima opera di Miike, pronunciata da un poliziotto, che rende il senso di questo film come di tutto il cinema del regista. Dopo che una clausola dell'annuncio di Ninagawa recita che l'eliminazione dovrà avvenire nei termini di legge, un membro della forze dell'ordine osserva che l'uccisione, nel sistema giuridico nipponico, può essere accettata solo in due casi: la pena di morte e per atti di guerra. Si tratta di quella violenza latente pronta a esplodere all'improvviso dai rigidi schemi della società nipponica che Miike insegue in buona parte della sua filmografia. Che fa il paio con quella bellezza e tensione alla guerra tanto decantata dal signore feudale Matsudaira Naritsugu di 13 assassini/Thirteen Assassins, in un lungo periodo di pace come l'epoca Edo. Non c'è scampo per Kunihide Kiyomaru: se non verrà fatto fuori durante il viaggio da qualche killer improvvisato, sarà comunque ucciso legalmente dalle autorità mediante pena di morte. Vendetta e violenza sono in qualche modo garantite.
Miike costruisce un film sfruttando il concetto tipico della drammaturgia classica giapponese, quello del senso del dovere (giri) che si scontra con i sentimenti individuali (ninjo): i poliziotti, per obbedire a un ordine, devono difendere una persona spregevole da potenziali attacchi, con la tentazione, che non può non venire nemmeno a loro, di ucciderlo e intascare così una quantità di denaro abnorme, che cambierebbe la loro vita. Il senso dell'autorità è continuamente messo alla berlina dal regista (la polizia è definita come un'istituzione conservatrice) così come la rigidità e il mito dell'efficientismo nipponici: quando il prigioniero deve essere trasportato sullo Shinkansen (il treno ad alta velocità giapponese), il personale di bordo rifiuta, come chiesto dai poliziotti per motivi di sicurezza, di spostarli in un altro vagone da quello prenotato: «la Japan Railways è categorica». Ma forse in questo caso Miike vuole prendersi una rivincita sulla società ferroviaria nipponica che non gli ha concesso l'autorizzazione a utilizzare i propri convogli per il film e lo ha costretto a girare le scene sul treno delle linee ferroviarie taiwanesi.
Miike costruisce un potente thriller, e road movie, tutto giocato sul continuo e ossessivo senso del sospetto. Non ci si può fidare di nessuno, non ci sono punti di riferimento, e lo spettatore non può non avere dubbi anche sui protagonisti, presentati come eroi, ma in un contesto dove tutto si può ribaltare all'improvviso. Il finale è spiazzante, potrebbe far pensare a un'ideologia di fondo giustizialista da film dell'Ispettore Callaghan. Ma si tratta in realtà di uno di quegli sberleffi cui il regista ci ha abituato già dai tempi di Dead or Alive.


paese: Giappone
anno: 2013
regia: Miike Takashi
sceneggiatura: Hayashi Tamio
attori: Fujiwara Tatsuya, Matsushima Nanako, Osawa Takao, Kishitani Goro, Ibu Masato, Nagayama Kento, Yamazaki Tsutomu



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