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Dragon Ball Z: Battle of Gods / Dragon Ball Z: La battaglia degli Dei (2013)

Tuesday, 18 February 2014 19:50 Giorgio Mazzola Film - Giappone
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dragon ball z battaglia degli dei 0Sono passati alcuni anni dalla battaglia finale contro Majin Bu e il pianeta Terra può godersi il suo tanto agognato periodo di pace. Sebbene tutto sia tornato alla normalità, Son Goku non riesce proprio a stare fermo e decide di passare un po’ di tempo nel pianetino del Re Kaioh, utilizzandolo come palestra per i suoi allenamenti intensivi. Nel frattempo, da qualche parte nello spazio profondo, il dio della distruzione Bills (un essere dalle fattezze di un gatto antropomorfo) si sta risvegliando da un sonno durato 39 anni.

Subito dopo essersi rimesso faticosamente in piedi, mentre è impegnato a consumare la sua abbondante colazione, chiede al suo fedele Whis un resoconto di quel che è successo durante gli anni del suo “pisolino”. La notizia che più lo sconvolge è quella della sconfitta del fortissimo Freezer per mano di un guerriero Saiyan, talmente potente da avere le capacità necessarie per trasformarsi nel leggendario “Super Saiyan God”. Dal momento che incontrare esseri dalle doti così particolari è molto raro, Bills decide di fare la conoscenza diretta di Goku - ovviamente il Saiyan in questione è lui - recandosi nel pianetino del Re Kaioh.

Dopo uno scontro impari, nel quale Bills fa valere e sue capacità divine sconfiggendo Goku come fosse un insetto, il dio-gatto si reca sulla Terra, autoinvitandosi alla festa di compleanno di Bulma e divertendosi come un matto assieme agli altri invitati. Solo Vegeta conosce la pericolosità di Bills - avendo questi ricattato molti anni prima suo padre, il sommo Re Vegeta – e quindi è l’unico a sapere che è meglio non farlo infuriare. Poco dopo, manco a dirlo, le paure di Vegeta diventano reali: un banale litigio tra Bills e Majin Bu su chi deve mangiare gli ultimi pezzetti di sushi rimasti, fa esplodere la terribile ira del dio della distruzione.
Come sempre, tuttavia, quando tutto sembra ormai precipitare, ecco arrivare finalmente Goku, pronto per prendersi la rivincita e per difendere la Terra in pericolo. Lo scontro finale è alle porte e le sorti dell’umanità sono nuovamente in bilico.

Dragon Ball Z: La battaglia degli Dei (Dragon Ball Z: Battle of Gods/Dragon Ball Z: Kami to Kami, 2013), il tanto atteso quattordicesimo lungometraggio legato alla saga delle Sette Sfere, arriva finalmente in Italia, a quasi un anno di distanza dalla prima giapponese. L’ennesimo capitolo di Goku&Co. viene diretto questa volta da Hosoda Masahiro, già regista di alcune puntate di Dragon Ball Z - durante il capitolo di Cell - e quindi vecchia conoscenza del Dragon World e di tutto il suo staff. Tuttavia, la notizia più clamorosa sembra proprio essere quella del ritorno di Toriyama a un ruolo di spicco all’interno di una produzione animata, dopo anni di auto allontanamento a causa della sempre più debole sopportazione, da parte sua, dei durissimi ritmi di lavoro imposti dall’industria degli anime (senza contare l’ormai raggiunta “pace dei sensi” economica che gli consente, da vent’anni a questa parte, di selezionare accuratamente i progetti a cui prendere parte). Il papà di uno dei manga più importanti di sempre veste infatti per l’occasione i panni di direttore creativo, gestendo quindi in prima persona il coordinamento del lavoro di tutti gli altri membri del gruppo.
A quasi vent’anni dalla sua ultima apparizione su grande schermo (Dragon Ball: Il cammino dell’eroe, Dragon Ball: Saikyô e no michi, risale ormai al 1996), Dragon Ball torna con un film al cinema, preceduto da un tamtam mediatico senza precedenti, complice anche e soprattutto una diffusione capillare ed efficacissima della notizia della sua uscita sui vari social network. Un’attesa spasmodica, alimentata non poco da un trailer d’effetto che metteva in luce le qualità estetiche sopraffine del nuovo capitolo dedicato a Goku e ai suoi amici e che faceva ben sperare in un ritorno in grande stile. La sopraccitata presenza del maestro in persona nelle fasi di lavorazione e l’insolita apparizione della 20th Century Fox come casa di distribuzione accanto alla Toei Animation chiudevano il cerchio delle grandi aspettative, lasciando presagire l’arrivo di un vero e proprio evento cult.
E invece tutto si è ridotto alla solita, tragica umiliazione che va in scena ogni volta che uno dei manga più importanti della storia giapponese viene trasposto in versione animata. Non credo di esagerare quando affermo che Dragon Ball rappresenta forse il caso più evidente di sbilanciamento qualitativo che talvolta si può riscontrare nella trasposizione di un manga in anime. Se questo discorso risulta comprensibile per quanto riguarda la serie tv, costruita soprattutto (come d’altronde tante altre del periodo) per soddisfare esigenze in chiave quantitativa piuttosto che qualitativa -  e che tra l’altro fu in parte realizzata durante gli anni dello scoppio della grande bolla economica giapponese, con le inevitabili conseguenze sui budget delle case di produzione e sulla resa dei loro prodotti – si fa fatica ad accettare il fatto che anche i lungometraggi subiscano le stesse fastidiose penalizzazioni. Non sto parlando di penalizzazioni a livello estetico, dato che sia gli Oav che i film per il grande schermo sono per definizione più curati nei dettagli e con un’animazione più fluida, merito della maggior disponibilità di tempo e, soprattutto, di mezzi economici per realizzarli. L’inspiegabile tracollo a cui ormai si assiste puntualmente nel passaggio da manga a anime nella saga delle Sette Sfere, riguarda semmai la sceneggiatura, che in nessuno dei film riesce a reggere il confronto con la perfetta gestione dei tempi del racconto mostrata da Toriyama nel fumetto. Si parla di due media diversi, è chiaro, ma il fatto che il cartone animato non si avvicini neanche un po’ ai ritmi vivaci e intelligenti che sostengono la relativa versione cartacea ha ormai creato un gap tra i due prodotti che definirei cronico e patologico. Focalizzando il discorso su La battaglia degli Dei, posso dire di aver avvertito la presenza di un esemplare dualismo, dato che spiccano su tutti due elementi contrastanti e, a questo punto, caratterizzanti un qualsiasi lungometraggio legato a Dragon Ball: 1) una cura sopraffina per i colori e per le animazioni, soprattutto nelle scene di combattimento; 2) una sceneggiatura piena di buchi e inspiegabili appendici fuorvianti. Che Dragon Ball sia un manga/anime d’azione non basta a monopolizzare (forzatamente) l’attenzione sul punto uno: la sceneggiatura è debole, debolissima. Dialoghi sterili, pause interminabili, silenzi insopportabili e lentezze allucinanti nei ritmi narrativi dovute al continuo focalizzare l’attenzione su particolari per niente rilevanti nella vicenda - come l’innamoramento di Mai nei confronti del piccolo Trunks o come tutta la lunghissima parentesi dedicata al furto delle Sette Sfere da parte di Pilaf e la sua banda, un’inutile sequela di gag per nulla divertenti che non aggiungono niente alla storia e che, anzi, fanno calare pericolosamente la tensione e l’attenzione dello spettatore. Guardando il film si ha la costante sensazione che non si stia andando da nessuna parte, dato che anche gli avvenimenti-chiave vengono scatenati inspiegabilmente da episodi improvvisi e di poco conto, disorientando non poco chi sta cercando di trovare un filo logico nella sequenza degli accadimenti. Uno su tutti: l’esplosione della battaglia finale, causata dall’improvvisa rabbia di Bills che, non avendo potuto assaggiare il famoso cibo terrestre chiamato “sushi” a causa della voracità di Majin Bu, decide di distruggere la Terra. Un pretesto pienamente in linea con il tipico approccio fanciullesco alla Toriyama (basta vedere gli inquietanti comportamenti di Majin Bu nella serie), ma che arriva come un fulmine a ciel sereno dopo l’eterna parentesi dedicata alla festa di compleanno di Bulma, durante la quale, oltre alle appena citate insulse gag del furto delle Sette Sfere, lo spettatore aveva avuto modo di assistere alla tragica degradazione di Vegeta, ridotto a comprimario con preoccupanti atteggiamenti da macchietta. La stasi senza soluzione della festa di compleanno che vede improvvisamente nascere la minaccia per la Terra, l’arrabbiatura di Bills che non può più mangiare il sushi e che improvvisamente diventa un pazzo psicopatico senza che nel corso del film ci fossero state delle avvisaglie sui suoi squilibri. Così, in libertà. La dinamica causa-effetto che cessa di avere senso. Il regno del tutto e niente possibili allo stesso momento. E poi arriva Goku e tutto si risolve. Naturalmente. Il combattimento finale è bellissimo, totalizzante, con tanto di Onda Kamehameha a chiudere il discorso (una vera finezza non utilizzare la ormai usurata Sfera Genkidama). Eppure non basta, è troppo poco.
Si poteva riassumere tutto nella formula “bello, ma inconcludente”. Tuttavia, il fatto che ancora nel 2014 si possa attendere il nuovo film di Dragon Ball e che si possa assistere all’inaspettato ritorno di Toriyama nel mondo dell’animazione, mi fa ben sperare nel futuro. Quasi sicuramente rimarrò deluso ancora una volta, lo so. Ma di certo non smetterò mai di perdonare Toriyama. Come potrei altrimenti? Credo sia doveroso sottolineare la splendida cornice musicale a opera di Sumitomo Norihito, capace di creare atmosfere oscure che sostengono ottimamente soprattutto le sequenze dedicate alla personalità inquietante e capricciosa di Bills. L’ottima versione metal di Cha-La-Head-Cha-La della band Flow restituisce pienamente lo spirito “guerresco, ma allegro” dell’originale di Kageyama Hironobu, rivisitato in chiave più contemporanea. Pollice in su anche per l’adattamento dei nomi. Finalmente si riescono a sentire gli originali Kakaroth, Crilin, Piccolo, Yamcha e Shenron (con l’accento sulla “o”) anche al cinema. Il perseverare con i Saiyan con l’accento sulla prima “a” continua invece a farmi rimanere interdetto.


paese: Giappone
anno: 2013
regia: Hosoda Masahiro
sceneggiatura: Toriyama Akira, Watanabe Yusuke
attori: -



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