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Shoplifters (2018)

Wednesday, 16 May 2018 13:13 Francesca Monti Film - Giappone
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Shoplifters (2018)Un adulto e un bambino si aggirano per un supermercato, mettendo in scena un piccolo furto alimentare. Siamo al cinema, dove immagini di questo tipo finiscono per rievocare, anche grazie alla divertita colonna sonora, i trucchi e le soluzioni strampalate dei clochard à la Charlie Chaplin. Delinquenti per la società, ma riscattati come padri e uomini di buon cuore dal grande schermo. Shoplifters di Koreeda Hirokazu esordisce proprio con questa immagine, instillando immediatamente una credenza nello spettatore: stiamo assistendo a una storia di famiglia; questi due personaggi non possono che essere un padre e un figlio.

E cosi, quando li seguiamo in una casa che ha l’aspetto di una baracca, le conseguenze di questo nostro credere emergono via via con l’apparire degli altri protagonisti. La dolce vecchina – magistralmente interpretata da Kiki Kirin -, tanto premurosa con la trovatella appena raccolta in strada dal padre e dal figlio, non può che essere la nonna. Ando Sakura, inizialmente spigolosa, ma poi intenerita dalla piccola Juri, deve essere la madre, biologica per il resto della famiglia, e adottiva per la nuova arrivata. E così via. Il vero inganno ordito dai ladri di Shoplifters non è quello nei confronti del mondo esterno, bensì quello verso chi guarda e pensa di assistere a un altro film di Koreeda sulla vera essenza dei legami famigliari, sull’irriducibilità delle parentele al puro dato biologico. Invece, in quello che si prospetta tra i concorrenti più forti del Concorso di Cannes 71, e tra le opere più dure del regista dai tempi di Nobody Knows (2004), ciò che realmente viene sottratto non è una bambina data per dispersa, ma la nostra certezza di camminare su un terreno conosciuto.
Con estrema grazia e precisione, Koreeda costruisce per ogni personaggio un profilo credibile, fatto di dettagli appartenenti a un’esperienza universalmente condivisa: la gelosia per le attenzioni alla nuova arrivata, l’insicurezza di chi vorrebbe essere riconosciuto come padre, i primi turbamenti sessuali, la condivisione del cibo come momento in cui la famiglia esiste e si esprime in quanto tale. Eppure, la superficie uniforme della normalità è interrotta da cesure violente. Che si manifestano fisicamente come ferite dei corpi: dalle bruciature della madre e della figlia minore, alle gambe rotte in momenti diversi del racconto del padre e del figlio; o, ancora, le cicatrici derivate dall’autolesionismo della sorella. E, a un diverso livello, come scarti spietati del racconto, che rivelano una realtà meno conciliante delle apparenze. I personaggi, infatti, sono tutti rappresentanti di un sottoproletariato – visto raramente nel cinema giapponese recente – in cui possono condividere lo stesso tetto tanto gli operai e le dipendenti di una lavanderia, quanto prostitute, ladri e truffatrici. Il lecito e l’illecito condividono la medesima povertà, cosi come identica è la necessità di mentire agli altri e a se stessi.Estranea ed estraniata dal mondo, la finta famiglia di Koreeda rappresenta il nucleo di una società basata sulla menzogna, che rifiuta di guardare oltre le apparenze per non fare lo sforzo di mettersi in discussione. Il vero dramma racchiuso nel film è la scoperta che questo sguardo distratto e superficiale, in fondo, appartiene anche a noi spettatori. E che a farne le spese sono l’infanzia, il nostro futuro, e quello sguardo perso di Juri, riportata in una casa priva d’amore.

paese: Giappone
anno: 2018
regia: Koreeda Hirokazu
sceneggiatura: Koreeda Hirokazu
attori: Lily Franky, Kiki Kirin, Ikematsu Sosuke, Ando Sakura, Matsuoka Mayu


 

 

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