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Dragnet Girl / La donna della retata (1933)

Thursday, 18 November 2010 05:04 Valentina Verrocchio Film - Giappone
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dragnet_girl_0Di mattina Tokiko è dattilografa in un ufficio, e di notte è al seguito del suo fidanzato Joji, un giovane gangster che passa il tempo tra sale da biliardo, palestre di pugilato e feste. Hiro, un ragazzino che frequenta una delle palestre, affascinato dai comportamenti dei piccoli boss, va a chiedere a Joji di poter entrare nella banda dei suoi tuttofare, e viene ingaggiato. Solo che a sua sorella Kazuko, brava commessa in un negozio di dischi, questa cosa non piace per niente, perché Hiro è ancora giovane e deve andare a scuola, non bighellonare. Kazuko quindi va a parlare con Joji, il quale colpito dalla bellezza, dalla calma e dalla saggezza che sprigiona a ogni occhiata, incomincia a girarle tra i piedi in negozio, con la scusa di ascoltare dischi. Tokiko se ne accorge e s'accorge anche che lei è molto diversa da ciò che sembra attirare ora il fidanzato. Allora, forse, è il momento di cambiare andazzo, ma prima bisogna sistemare una questione di soldi che sta creando problemi a Hiro. Giusto soltanto un'ultima piccolissima, facile rapina, e poi via con una nuova vita...

Molto movimentato Dragnet Girl, non fosse altro che per i tanti carrelli, ben 26, che ne reggono con molta originalità la struttura. Movimentato ma non insolito, visti infatti gli altri esperimenti quasi di genere gestiti egregiamente da Ozu negli anni trenta (That Night's Wife e Walk Cheerfully). Come di consueto però si tratta di un cinema che manda facilmente in panne qualunque tentativo di inquadrarlo, in quanto, tutt'oggi, rimane un cinema completamente inclassificabile, estremamente concreto e nitido, ma allo stesso tempo inafferrabile come fosse fatto di niente. Dragnet Girl per esempio, all'apparenza è un film di gangster, nel senso che dentro ci sono dei gangster. Ma in realtà è un film sull'evoluzione del rapporto tra due persone, un uomo e una donna. E'un film che col pretesto di rifarsi al cinema americano (più di una volta si vede chiaramente sullo sfondo un poster di The Champ di King Vidor, storia di un pugile...) mostra invece la commistione di vari modi di vivere dei giovani giapponesi dell'anteguerra, e già anche il loro incasellamento in diversi strati sociali. Nessun personaggio di Dragnet Girl si piega a servire l'apparente genere cinematografico nel quale si muove; ognuno, pur esibendo comportamenti molto particolareggiati, riesce a essere universalmente accostabile dal pubblico e a tenersi lontano dall'essere un semplice pezzo d'ingranaggio della trama (ma sarà solo a partire da Early Summer che Ozu accetterà coscientemente di non avere interesse per le trame, smettendo definitivamente di preoccuparsene, concentrandosi piuttosto, a beneficio della sorpresa dello spettatore, sulla rifinitura e sulla dissimulazione delle motivazioni e degli atteggiamenti dei personaggi, sempre incastonati peraltro in una rete complessa e pervicace di rimandi che si risolvono e trovano senso e coesione soprattutto in una specie di reincarnazione che passa di film in film).
In Dragnet Girl dunque c'è questa ragazza, Tokiko, che di giorno non è che una dattilografa corteggiata dal ricco figlio del capo, e di sera è la pupa del gangster. Una pupa però non troppo sicura di sé, perché consapevole di non valere poi tanto e di essere intercambiabile con molte donne. Lei però è innamorata. Gioca a fare la pupa perché è questo che la situazione sembra chiederle, ma si muove invece con preoccupazione perfino tra gli scherzi e le risate leggere delle fidanzate degli altri gangster (eloquente e inattesa la piccola scena in cui l'amica, dopo aver finto di andarsene, riapre la porta dell'appartamento di Tokiko e Joji, solo per prenderne in giro le smancerie. Tokiko la caccia via rigidamente, e siccome ha una spalla del vestito già scesa, sembra una bambina troppo seria in un momento molto sensuale e molto adulto). All'inizio del film l'interpretazione di Tanaka Kinuyo, che più tardi diventò la prima donna-regista giapponese, sembra la meno adatta al personaggio di donnina furba, svelta e navigata che ci si aspetterebbe dalla fidanzata di un malvivente. Poi invece diventa chiaro che proprio lei è il miglior cast possibile, perché rappresenta una donna che deve fare ancora molta strada, deve comprendere ancora sia se stessa sia l'uomo che ama, ma ha carattere, anche se non ha la scaltrezza né il cuore duro e insensibile tipico di una donna nella sua posizione. Tokiko non ne ha viste tante, Tokiko è innamorata e deve non solo difendere, ma anche portare avanti se stessa e il suo uomo, oltre l'immaturità e la vita bislacca di tutti e due. Joji, dal canto suo, è uno abituato a non preoccuparsi delle ondate con cui vanno e vengono le sue infatuazioni, e tutto quello che fa durante il film è cercare di mantenere una posa, quella del gangster, capendo sempre di più che non è con le pose che si sta al mondo, e subendo perciò gli scossoni forti inflitti da un suo interiore e nebuloso sentirsi inadeguato; scossoni che non sa leggere e non sa capire, e ai quali reagisce con una passività incalzata ostinatamente dalle due donne: Tokiko, quella che lo ama, e Kazuko, quella che lo interessa (e che a un certo punto, nel negozio di dischi, gli chiederà audacemente se i suoi modi di fare non siano tutta una finta, scappando poi via esattamente come fa Julie Christie, dopo aver messo in crisi Oskar Werner con la schiettezza delle sue domande limpide, in Fahrenheit 451 di Truffaut). Ogni azione di Joji non viene da una convinzione intima, bensì è innescata dalle donne, che lo spronano affinché in lui affiori una qualche volontà e capacità di scelta che però per il solo fatto dell'essergli richiesta scopertamente, non fa che bloccarlo. E qui sta l'ironia intelligente di Ozu, il suo rifarsi al cinema americano, ma spolpandolo delle sue caratteristiche tematiche machiste, lasciando solo quelle formali, fatte di costumi e atmosfere. Il ruolo di Hiro, il giovane aiutante di Joji, è affidato a Mitsui Hideo, l'attore che meglio di tutti gli altri, nel cinema di Ozu, ha saputo mettere in scena il candore misto all'amarezza dell'esperienza, rivelando così il carattere di febbrile burla che ha la vita, grande corsa impotente verso la delusione continua e il continuo ridimensionamento dei propri desideri, spesso prima ancora che si chiariscano completamente (1).
Girato nella cittadina portuale di Yokohama, rinomata in Giappone a causa della malavita così come Marsiglia lo è per la Francia, Dragnet Girl è stato sempre interpretato come il divertissement eccentrico dal quale parte l'unico colpo di pistola (muto e sparato da una donna) di tutto il cinema di Ozu; una deviazione lunatica nella cinematografia solitamente frugale di un cineasta apparentemente monotematico. Il che è tutto vero, ma anche tutto falso, perché Dragnet Girl è un film coerente appunto perché con la scusa di una digressione per così dire estetica, dimostra una lucidità tutt'ora ineguagliata, e rintracciabile sempre in tutto il cinema di Ozu, nel saper riprodurre i meccanismi delle relazioni interpersonali senza giudicarli, senza forzarli, senza caricarli di significati colpevolizzanti, e senza strumentalizzarli per impartire una lezione. (maggio 2006)

Note
1. Occorre accennare al fatto che in Dragnet Girl Mitsui Hideo, in un qualche modo subdolo e molto latente, molto sotterraneo, è protagonista anche di una specie di pulsione omosessuale da parte di un suo giovane collega che la sa molto più lunga di lui. Più di un momento, nel film, sembra accennare insistentemente quanto dissimulatamente a una prospettiva omosessuale (e in particolare una brevissima sequenza tra i tavoli da biliardo), senza però dare nessun seguito né ulteriore indizio a tale suggestione.



paese: Giappone
anno: 1933
regia: Ozu Yasujiro
sceneggiatura: Ikeda Takao, James Maki
attori: Tanaka Kinuyo (Tokiko), Oka Joji (Joji), Mitsui Hideo (Hiroshi), Mizukubo Sumiko

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