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Dying at a Hospital (1993)

Thursday, 18 November 2010 16:34 Valentina Verrocchio Film - Giappone
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dying_at_a_hospital_0Ichikawa Jun con Dying at a Hospital, e Fruit Chan con Public Toilet. È strano che registi molto diversi tra loro si ritrovino a riflettere, scegliendo il punto di vista della camera d'ospedale, sulle costrizioni delle malattie, sulla loro avanzata corrosiva nelle menti umane e sulla fortuna tuttavia di vivere in un mondo che ancora riesce a darci una dignità con il potere forte delle sinestesie di ricordi.

In Dying at the Hospital ci sono i letti dell'ospedale, ci sono, impilati sui comodini, pezzetti delle esistenze lasciate a casa dai pazienti; ci sono le persone che muoiono e non sanno bene rendersene conto, non potendo far altro che pensare e ripensare a tutto, ripercorrendo gli scenari casuali e vocianti delle loro quotidianità lontane e amate. Ci sono le persone care che vengono dal mondo di fuori a fare le nottate sulla brandina. Ci sono le infermiere che fanno il loro lavoro senza clamori, e c'è un dottore che si augura che gli ospedali diventino sempre più anche luoghi nei quali sia possibile trascorrere bene l'isolamento della malattia.
Il piano narrativo di Dying at a Hospital è totalmente vulnerabile, scoperto e semplicissimo: lo sguardo, senza nessun primo piano, del medico su alcuni pazienti, il loro tempo dentro l'ospedale, e un tornare circolare e variegato, molto contemplativo, di inserti che fotografano scenari normali all'aperto, apparentemente privi di contesto e senza commento: i ricordi dei malati. Così è molto facile accusare questo film di essere descrittivo e didascalico. Ma si tratta di una scelta ben precisa, e come tale va accettata, o lasciata stare. L'ospedale è un luogo in cui un'esistenza decorosa è possibile, ma si è comunque straniati e allontanati dalla propria vita. Ci si muove lentamente durante una malattia, e si pensa a lungo, cercando di tenere insieme i pezzi della propria esistenza senza impennate improvvise. È giusto allora che anche la forma filmica risenta di questo ritmo smorzato. Inoltre la storia dei malati tradotti in cinema funziona se presa come la storia universale del congedo dalle abitudini. I malati sono persone lontane che passano il tempo a ricordare la vita che non hanno più fra le mani e davanti agli occhi. Quello che scorre e si intreccia nei corridoi della memoria, quando si è distanti dalla vita, somiglia molto a un film, e allora vale la pena provare a rappresentare quello che si prova, non solo morendo, non solo nel caso specifico della malattia, ma anche trovandosi lontani da tutto, sapendo che non si tornerà mai più indietro. Rappresentare senza spiegare, senza drammatizzare. Respirando con molta calma e molto profondamente. Gli intermezzi contemplativi, checché se ne possa dire, sono struggenti appunto perché guardando silenziosamente immagini casuali, affermano il corpo mancante di chi ripensa a un quotidiano che gli è appartenuto e di cui ora custodisce e comprende il segreto prezioso: il fluire normale della vita. Certo, vivendo appiccicati a una realtà satura di azioni, indecisi tra l'oziare, il comprare, e il concedersi il superfluo, rimane difficile fermarsi per provare a capire il senso lento e lancinante della perdita delle immagini casuali. Raccontare dentro una lettera la propria infanzia sfumata via, addormentarsi ricordando per un po' un vecchio mobile del tinello della propria giovinezza, pensare e ripensare alle rondini di primavera nella città natale lontana, e morire distraendosi, muovendosi nelle passeggiate della mente che sa solo vivere. Tutte sfumature della stessa, indicibile malinconia, che va rispettata, va ascoltata, e va lasciata esprimersi. (Giugno 2004)


paese: Giappone
anno: 1993
regia: Ichikawa Jun
sceneggiatura: Ichikawa Jun
attori: Kishibe Ittoku (dottore), Shionoya Masayuki, Yamanouchi Akira

 

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