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Harakiri / Seppuku (1962)

Monday, 22 November 2010 06:40 Stefano Locati Film - Giappone
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harakiri_0Dopo l'epica quotidiana di un uomo in tempo di guerra - la trilogia The Human Condition/Ningen no Joken - Kobayashi radicalizza la sua analisi. Lo fa con un apparente scarto, tornando al passato: Harakiri/Seppuku (tratto da un racconto di Takiguchi Yasuhiko), vincitore a Cannes del premio speciale della giuria nel 1963, non è altro che la spietata dissezione di una nazione.

Siamo nel 1630, in una fase delicata per il sistema feudale giapponese; molti clan vengono sciolti, lasciando nella miseria i samurai e le loro famiglie. Alcuni di questi non trovano altra soluzione che andare a chiedere di commettere seppuku (la morte onorevole) nei palazzi dei potenti, nella speranza che i nobili - impietositi e timorosi di uno scandalo - facciano loro dono di qualcosa tramite cui sopravvivere. Non è il caso di Tsugumo Hanshiro, che si presenta al palazzo del clan Iyi ben convinto a portare a termine il gesto estremo. L'intendente del clan, Saito, per saggiare la sua determinazione, gli narra la storia di Chijiwa, ronin in disgrazia che giunto alle loro porte è stato costretto a commettere il suicidio rituale (nonostante cercasse solo aiuto), perché le tradizioni e la via dei samurai lo impongono. Tsugumo dichiara di voler comunque andare sino in fondo, a patto di poter avere come aiutante Omodaka. Il prescelto è però indisposto, e nell'attesa Tsugumo si appresta a narrare la sua, di storia: quando tutti e tre gli uomini da lui richiesti appaiono ammalati o irraggiungibili, Saito e i suoi sottoposti iniziano a sospettare che dietro la calma di Tsugumo si nasconda qualcosa di minaccioso...
Kobayashi tratteggia un mondo quasi interamente maschile, conchiuso entro mura (quelle di palazzo) che separano e proteggono dall'esterno, dal dolore e dalla povertà; un microcosmo autosufficiente in grado di prosperare in un limbo immutabile alimentato dalla propria indipendenza e schiacciante alterità. Un mondo a parte, entro cui anche i corpi sono figure manovrabili e distorte, in cui i movimenti sono rituali stilizzati, dove la postura regola e sovrasta sull'impulso e la forma assurge a significato e significante; particolare sottolineato anche dalla completa assenza di arredi, con i personaggi che camminano in spazi vuoti, spettrali, la cui eleganza disadorna è data dalle forme geometriche e squadrate di porte, corridoi e colonne. In questo contesto di quiete parossistica, tutto si basa sulla finzione, sul travisamento: la storia viene riscritta, nascosta sotto la patina di parole (ormai prive di senso) come onore o rettitudine. Una ricerca estetico-formale riecchegiata dalle scelte essenziali di regia; la purezza incontrastata dello sguardo in azione, la controllata fluidità di inquadrature pressoché perfette, con irrequieti piani sequenza alternati a primissimi piani, sfogo di occhi scavati dagli eventi. Gli occhi di un Nakadai Tatsuya spiritato, magnetico - la figura rabbuiata da un furore a stento represso, perché impossibilitato a trovare uno sfogo alla portata della sua vendetta.
Seppuku è lento, lentissimo: ma è una lentezza assolutamente necessaria, indispensabile, annichilente - da cui traspare con rinnovata forza tutta la rabbia, l'impotenza di fronte a ombre indistinte che si chiamano società, tradizione, dedizione (atto d'accusa al bushido tanto quanto a ogni moderna ipocrisia). Il prolungato duello finale non è allora una catarsi, bensì un inabissarsi sempre più profondo, senza speranza di un ritorno alla luce.


paese: Giappone
anno: 1962
regia: Kobayashi Masaki
sceneggiatura: Takiguchi Yasuhiko, Hashimoto Shinobu
attori: Nakadai Tatsuya (Tsugumo Hanshiro), Mikuni Rentaro (Saito), Ishihama Akira (Chijiiwa Motome), Iwashita Shima (Tsugumo Miho), Tamba Tetsuro (Omodaka), Nakaya Ichirou (Yazaki), Aoki Yoshio (Kawabe), Azumi Jo (Shinmen), Inaba Yoshio (Chijiiwa Jinnai)

 

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