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Kwaidan / Kaidan (1964)

Tuesday, 23 November 2010 00:30 Roberto Donati Film - Giappone
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kwaidan_0Probabilmente il più bell'horror cinematografico di tutti i tempi, noto internazionalmente come Ghost Stories e inedito in Italia (ma a volte la filmografia italiana del regista lo comprende col titolo Storie spaventose), diviso in quattro storie di spettri.

1) The Black Hair (in originale Kurokami), un samurai di Kyoto ridottosi in povertà abbandona l'adorata moglie per cercare un lavoro più remunerativo e, alla corte di un nuovo signore, si risposa. Scoperta la natura egoista della donna, tornerà a casa, ma la prima moglie non è più quella che sembra; 2) The Woman of the Snow (Yuki-onna), durante una tempesta di neve, un giovane boscaiolo viene salvato da morte certa da uno spirito dalle fattezze di donna, ma in cambio non dovrà raccontare a nessuno l'evento. Sposatosi felicemente, un giorno l'uomo trova una curiosa rassomiglianza della moglie con quella donna, e infrange la promessa; 3) Hoichi, the Earless (Miminashi Houichi no hanashi), un musicista cieco che vive in un monastero è convinto a cantare, dalla e per la corte imperiale fantasma di una dinastia estinta, la ballata epica della loro ultima, grandiosa battaglia. I monaci lo vorrebbero salvare scrivendo sul suo corpo un mantra sacro, in modo che così diventi invisibile, ma si dimenticano di tatuargli le orecchie; 4) In a Cup of Tea (Chawan no naka), uno scrittore non sa come completare la storia già precedentemente interrotta, ambientata nel 1900, di un uomo che vede una faccia misteriosa riflessa nella sua tazza da tè.
Dall'opera letteraria di Yakumo Koizumi (alias Lafcadio Hearn), un "dramma dell'orrore" (espressione coniata - figuriamoci un po'! - per Fulci) in cui Kobayashi, senza tanti complimenti, manda all'aria la sintassi di questo genere popolare e, attingendo all'universo della fiaba (la voce narrante, gli ambienti cupi e spettrali, il tono sempre sospeso fra realtà e sogno, le paure ancestrali, le atmosfere gotiche e fantastiche) e alla pittura tradizionale giapponese, ma anche all'arte occidentale (la fotografia, spesso cangiante nella stessa scena, è da brividi e insieme alla ricercata profondità di campo ricorda anche i dipinti di Paolo Uccello o di Piero Della Francesca; le scenografie - come la foresta stilizzata con tanto di cielo occhiuto nel secondo episodio - sono evidentemente irreali, da studio, eppure bellissime), cerca e trova la suspense nella poesia dei sentimenti estremi (come l'amore, che fa diventare di carne una pura essenza, e la morte, ma anche la struggente malinconia, il dolore eterno connesso alle azioni commesse in vita, la solitudine) e nel suo stile lirico, miscela unica di astrazione zen, raggelazione visiva, allucinazione e rarefazione costruttiva elaborata e resa plastica grazie a un montaggio superbo e straordinariamente ellittico. Un rigoroso cinema di impianto classico e di una modernità indicibile, anche per come mescola suoni e immagini (la colonna sonora è di Toru Takemitsu) e per come utilizza il formato Cinemascope per ingrandire a dismisura incubi e fantasmi interiori: un'esperienza mistica, sorretta da un'autoconsapevolezza ironica (si veda il tono scherzoso e beffardo dell'ultimo episodio, in cui un uomo inghiotte un'anima e allora la finzione travalica la realtà, l'irreale implode all'interno del reale e si espande al suo esterno) e da un altissimo senso della tragedia (se il primo episodio può ricordare le atmosfere alla Poe, il secondo e il terzo hanno addirittura echi shakespeariani) che tutto d'un colpo rendono puerili gli horror psicologici di Roger Corman.
Vinse il Premio speciale della Giuria a Cannes, e fu nominato per l'Oscar come miglior film straniero e - vergogna - poi più niente, e anzi semmai si è guadagnato presto l'oblio.


paese: Giappone
anno: 1964
regia: Kobayashi Masaki
sceneggiatura: Mizuki Youko
attori: Mikuni Rentaro, Aratama Michiyo, Watanabe Tatsuya, Kishi Keiko, Nakamura Katsuo, Tamba Tetsuro, Nakemura Ganemon, Takizawa Osamu, Akagi Ranko

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