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Neighbor no. 13 (2005)

Sunday, 09 January 2011 16:12 Stefano Locati Film - Giappone
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neighbor_no_13_0Ai tempi della scuola, Juzo ha subito ogni genere di sopruso da parte dei compagni di classe, spavaldamente guidati da Akai. Passati gli anni, Juzo non porta più i segni esteriori del terribile incidente avvenuto allora, ma lotta ancora contro i ricordi. Trasferitosi in un nuovo appartamento e iniziato un nuovo lavoro, quegli stessi ricordi hanno modo di deflagrare: il suo datore di lavoro è proprio Akai, il quale non ha abbandonato i modi vessatori di un tempo. Juzo si abbandona alla rabbia repressa e la sua personalità si scinde: da un lato il ragazzo timido e introverso, dall'altro 13 (altro modo con cui si possono leggere gli ideogrammi che compongono il nome Juzo), il suo gigantesco e violento angelo custode. Quando prende il sopravvento, nulla può arrestarlo, solo il sangue.

Neighbor no. 13 presenta la schizofrenia come virus anomalo che livella le differenze tra gli individui e porta lo scontro sociale nei meandri della psiche. Nel precario panorama mentale degli esclusi non esistono più bulli, perdenti o loser, solo un chiasma di sopraffazione e violenza che si ripete senza tregua, fino a confondere i piani tra aguzzino e vittima. L'ispirazione per la storia, tutto sommato risaputa, viene da un manga di culto di Inoue Santa, serializzato nel 1994 e raccolto in tre volumi. Il fumettista aveva sempre declinato le offerte per una trasposizione cinematografica; almeno fino a quando a chiederglielo non è stato Inoue Yasuo (nessuna relazione di parentela), conosciuto regista di videoclip. Ma Neighbor no. 13 non diventa, come c'era il rischio in casi del genere, un concentrato disordinato di scelte visive estroverse accumulate fino al parossismo. A fare la differenza sono le scelte narrative: Yasuo stratifica lo svolgimento, rallentando il ritmo fino al grado zero. La sofferenza di Juzo diventa percepibile sottopelle, facendosi strada negli spazi marcescenti degli appartamenti e dello squallido quartiere proletario nel quale abitano lui e Akai. La macchina da presa rimane di regola immobile, riprendendo dalla distanza con cipiglio documentarista. Anche gli squarci di violenza, improvvisi, brutali, deraglianti, non sono presentanti dall'interno, convulsamente, ma con un distacco che li rende ancora più glaciali. Solo nelle parentesi di sogno, quelle in cui Juzo si trova rinchiuso nelle gabbie che si è costruito, il punto di vista diventa tormentato e partecipe. L'ingresso nella baracca isolata in mezzo al niente, con la stanza ematica in cui Juzo cerca rifugio, rappresenta un'immersione negli spasmi disperati della rinascita, in cui è reciso il cordone ombelicale con la realtà.
Riservandosi pochi mirati scarti in avanti, come la divertente scena animata che accompagna la conversazione tra Juzo e un compagno di lavoro, Inoue Yasuo compone un'elegia tragica sulla coazione alla violenza, tanto più disturbante quanto più in apparenza sottotono. Ad aggiungere gusto, la presenza inquietante di Nakamura Shido, anche attore di teatro kabuki, che popola lo schermo con il suo sguardo deturpato e denso. Tra le comparse da segnalare Yoshimura Yumi, metà del gruppo Puffy, e Miike Takashi, nella parte di un vicino rompiballe. Presenza non casuale, considerata l'attiguità tematica con Ichi the Killer. Ma dove Miike si dimostrava esuberante, senza limiti, funambolico, Inoue preferisce rilanciare al ribasso. Come un rumore di fondo continuo, che finisce con il trapassare il cervello in forza della sua ineliminabile alterità.


paese: Giappone
anno: 2005
regia: Inoue Yasuo
sceneggiatura: Kado Hajime
attori: Oguri Shun (Juzo), Nakamura Shido (no. 13), Arai Hirofumi (Akai Toru), Yoshimura Yumi (Akai Azumi), Miike Takashi

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