404 Not Found

Not Found

The requested URL /track was not found on this server.

You are here:   Home Film Giappone Rashomon (1950)

Rashomon (1950)

Monday, 10 January 2011 15:37 Matteo Di Giulio Film - Giappone
Print
Tags:

rashomon_0Quattro uomini raccontano una storia: un samurai è stato ucciso, forse da un brigante, forse (indirettamente) dalla moglie, su cui il brigante ha messo gli occhi, o forse è stato un suicidio. Un taglialegna, nascosto nella foresta, potrebbe aver visto tutto. Ma le quattro versioni non coincidono. Rashomon (la porta dei demoni: la maestosa ricostruzione delle rovine, storicamente non verosimile, rappresenta il vecchio portale che dava l'accesso a Kyoto) è un saggio sull'egoismo umano. Ogni versione è diversa dalle altre, il narratore abbellisce il suo ruolo e cerca di fare la migliore figura possibile. La giustizia, il tribunale invisibile, ascolta e non si pronuncia, ma se anche il morto (attraverso una medium, in una scena di grandissimo impatto) ritiene necessario ritoccare la sua testimonianza, è chiaro che il genere umano, al di là del finale conciliatorio, esce sconfitto.

Parole di Antonioni: «Ogni inquadratura, ogni scena di Rashomon reca l'impronta del genio». Leone d'Oro al Festival di Venezia del 1951 e subito dopo Oscar come miglior film straniero; unanimente considerato l'apripista per il cinema giapponese in occidente. Eppure abbiamo rischiato che un simile capolavoro non vedesse la luce. I dirigenti della Daiei non erano entusiasti del progetto: il soggetto non era di facile presa sul pubblico e il titolo non aveva richiamo. Ai tre aiuto registi, scettici, Kurosawa spiegò: «Gli esseri umani sono incapaci di essere onesti con se stessi. Non riescono a parlare di sé senza abbellire il quadro. Questa sceneggiatura ritrae esseri umani che non riescono a sopravvivere senza bugie che li facciano sentire migliori di quel che sono in realtà.» Due si sforzarono di capire, il terzo no, e fu licenziato. Grande merito della riuscita va a Miyagawa Kazuo, mago di luci e ombre, e alle interpretazioni eccellenti. Kyo Machiko andò dal regista con la sceneggiatura in mano e gli chiese umilmente: «Per favore, insegnatemi cosa devo fare».
L'intenzione di Kurosawa era un ritorno alle origini, al cinema muto, sperimentare un ritorno all'estetica del passato. Luoghi prescelti per girare: la foresta vergine sui monti che circondano Nara, infestata di sanguisughe, e la foresta che costeggia il tempio Komyoji, fuori Kyoto. Per piazzare le luci e per lavorare meglio, in questa seconda location si dovette procedere al taglio di diversi alberi, facendo infuriare l'abate del tempio, che dopo aver osservato la lena della troupe, che lavorava senza sosta, si ricredette e regalò a Kurosawa un ventaglio con tre caratteri dipinti il cui significato era beneficare l'intera umanità. Aspettando l'inizio delle riprese, Akira passaeggiava per le vie di Kyoto e intanto metteva a fuoco la sua idea del film. Un lavoro nato quasi per caso, dopo aver visionato una prima stesura di Hashimoto Shinobu, che traduceva per il grande schermo un racconto di Akugatawa Ryunosuke, Nel bosco. Fu lo stesso regista, per completare un trattamento troppo corto, ad aggiungere idee da un altro racconto dello stesso scrittore, Rashomon, che era ambientato nello stesso periodo, l'undicesimo secolo, e che per atmosfere si sposava bene.

 


paese: Giappone
anno: 1950
regia: Kurosawa Akira
sceneggiatura: Hashimoto Shinobu, Kurosawa Akira
attori: Mifune Toshiro (Tajomaru), Mori Masayuki (Takehiro), Kyo Machiko (Masago), Shimura Takashi, Chiaki Minoru

sitemap

Add comment

Effettuando il login si hanno più opzioni e non è necessario inserire il captcha a ogni messaggio.
Sono vietati messaggi discriminatori, offese o insulti, spam di qualsiasi tipo, incitamento alla pirateria informatica. I commenti che non rispettano queste semplici regole saranno eliminati senza preavviso dalla redazione.

Security code
Refresh

Share on facebook