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Zatoichi (2003)

Sunday, 23 January 2011 04:36 Stefano Locati Film - Giappone
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zatoichi_kitano_0Zatoichi è un vagabondo cieco che si guadagna da vivere come massaggiatore: nonostante la cecità è un giocatore d'azzardo incallito e soprattuto un letale spadaccino. Durante le sue peregrinazioni finisce in uno sperduto villaggio montano angheriato dalla banda di Ginzo. Un'atmosfera plumbea avvolge il suo passaggio; diversi destini di morte sembrano infatti convergere sulla sua strada, dal ronin Hattori Gennosuke, costretto a ridiventare guardia del corpo per salvaguardare la salute della moglie, a una misteriosa coppia di geisha, Okine e Osei, in cerca di una vendetta dal sapore tragico.

Ispirato a una lunga serie cinematografica - 26 episodi a partire dal 1962 - Kitano si lascia trascinare nell'ennesima sfida: il confronto d'immagine con un'icona quale Katsu Shintaro, il primo film in costume, il primo a non emergere da una sua idea originale. Ha così modo di spiazzare, innestando nella sua poetica di struggente pessimismo cosmico una violenza inauditamente veloce (e digitale), che non si stempera e anzi viene acuita da un'ironia deviante (ben diversa da quella messa in scena in Getting Any?, ad esempio). C'è spazio per duelli in cui le lame saettano in un tripudio di sangue o arti mozzati e per convinti inserti musicali, caustico mix di Stomp e Dancer in the Dark.
Incrociando diversi piani narrativi, Kitano lavora per sottrazione sul suo personaggio, quasi scomparendo dalla scena: più Zatoichi acquista caratteri eccentrici rispetto all'originale (i capelli biondicci, le calzature sdrucite, l'andamento scomposto), meno lo spettatore è portato ad accorgersi di lui. Il motivo è semplice: Zatoichi è un catalizzatore, centro attrattore di frammenti dispersi di tragedia che deflagrano in tutta la loro virulenza solo in sua presenza. Questo slittamento, se mette in secondo piano il fascino del personaggio diretta eredità della serie classica, esplica compiutamente la metafora che ne stava alla base: Zatoichi è lo spettatore disincantato della follia dei tempi, che tenta di opporsi all’entropia della viltà umana, cadendo però nel gorgo spasmodico di violenza che è costretto ad usare. Non a caso l'arrivo di Zatoichi innesca una progressione di distruzione catartica che libera sì i contadini dall'oppressore, ma a prezzo di una carneficina pressoché indiscriminata. E' come se Kitano si nascondesse alla vista per far emergere meglio le drammatiche contraddizioni che lo circondano - la spirale di sangue in cui si perdono Okine e Osei, la disperazione di Hattori, la flebile insicurezza dell'amico/confidente Shinkichi - ritagliandosi uno spazio come muto contrappasso della morte. L'intuizione paga sul piano narrativo, armonizzando macabre ironie (anche metacinematografiche, si veda lo sberleffo finale) a slanci poetici che coinvolgono i co-protagonisti (il legame tra le due geishe, quello tra il samurai e la moglie malata), ma si perde parte del pathos concentrico e diretto snocciolato con tanta protervia in passato - da Sonatine a Hana-bi e L'estate di Kikujiro.

 


paese: Giappone
anno: 2003
regia: Kitano Takeshi
sceneggiatura: Kitano Takeshi, Shimozawa Kan
attori: Kitano Takeshi (Zatoichi), Ogusu Michiyo (Ume), Gatarukanaru Taka (Shinkichi), Daike Yuko (Okine), Asano Tadanobu (Hattori), Natsukawa Yui

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