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Snake of June, A (2002)

Sunday, 23 January 2011 14:56 Matteo Di Giulio Film - Giappone
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snake_of_june_0Tre frammenti inseparabili per ricostruire una storia di distruzione personale, di nichilismo sopito che emerge in tutto il suo furore. Tsukamoto torna al bianco e nero (virato blu) di Tetsuo e si abbandona ai (dis)piaceri della carne e alla dissacrazione del matrimonio come momento conclusivo dell'amore. Moglie e marito non comunicano, non dormono insieme, non vivono sulla stessa lunghezza d'onda. E' necessaria una scossa, che si manifesta sotto forma di un maniaco suicida, a suo tempo guarito da lei - che di mestiere aiuta la gente disperata via telefono -, che costringe prima la donna, e poi l'uomo, a riunirsi e a ritrovarsi. Il mezzo adottato è un ricatto spietato, con cui il misterioso interlocutore obbliga la bellissima (e androgina) Rinko a auto-umiliarsi e a cedere ai propri desideri reconditi.

La lunga gestazione - quasi quindici anni - non ha impedito ad uno degli autori più importanti e trasgressivi dell'attuale panorama giapponese di portare a termine A Snake of June, progetto personalissimo e più che mai sentito. E' una partita a scacchi con lo spettatore, nel continuo tentativo di spiazzarlo e di piazzare un colpo vincente: la struttura è complessa, la frammentazione del logos impedisce l'immediata comprensione, e ogni inquadratura è chiaramente diretta allo spaesamento dell'immagine. Aiutano (a non aiutare il povero pubblico), in tal senso, la colonna sonora praticamente assente, la fotografia poco chiara, i caratteri ritirati dei tre lati del triangolo ossessivo.
Il discorso è ovviamente basato sul sesso - ma a differenza dei pinku eiga la lente è a misura di una sola persona -, come privazione e come esplicazione della personalità. Rinko si masturba sotto la pioggia, è costretta a camminare inguainata da una minigonna cortissima, con un vibratore in azione: il marito si eccita quando nel finale ne scopre il segreto. Di mezzo c'è anche il dolore della carne deturpata, di un cancro che ha colpito il seno di Rinko, delle percussioni subite da un marito sempre preso dal lavoro e talmente egoista da non aver neppure voluto fare atto di presenza al funerale della madre.
Capolavoro? Mai domanda fu più ardua. Senza dubbio importante, morbosamente attraente, ma forse tanto esclusivo da risultare una camera chiusa a doppia mandata dall'interno, il cui passepartout è in possesso di pochi, fortunati, illuminati. Il terzo frammento, soprattutto, incita all'abbandono, all'incomunicabilità, grazie all'esplosione ultima delle pulsioni in corso di intendimento: l'occhio soffre come l'animo del regista, che adotta la metafora e uno stile scarno ma ermetico, implicando e aggiungendo oltre il necessario. Il cinema come bisogno fisico di esprimere se stesso - così ama ripetere l'autore a proposito della sua opera più sofferta, inseguita a lungo - e come continuazione di una partenza-arrivo ormai improrogabile. Forse bisognava solo attendere il sottofondo della scrosciante pioggia di Giugno. E allora non è fuori luogo, ma un passo doveroso, che la chiusura dell'opera sia affidata a un disegno dello stesso regista, dipinto quando era ancora bambino: il primo lavoro di Tsukamato - un piccino timido - ad essere stato esplicitamente approvato dagli adulti.

 


paese: Giappone
anno: 2002
regia: Tsukamoto Shinya
sceneggiatura: Tsukamoto Shinya
attori: Kurosawa Asuka (Rinko), Kotari Yuji (Shigehiko), Tsukamoto Shinya, Terajima Susumu, Taguchi Tomorowo

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