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Story of Floating Weeds, A / Storia di erbe fluttuanti (1934)

Sunday, 23 January 2011 16:16 Valentina Verrocchio Film - Giappone
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story_of_floating_weeds_0Una troupe di attori itineranti arriva in un paesino con l'intenzione di fermarsi per un po' e dare qualche rappresentazione. Il capotroupe per prima cosa però corre a trovare la sua vecchia compagna, dalla quale ha avuto un figlio che, all'oscuro di chi sia suo padre, lo chiama "zio". Una delle attrici cercando di vedere chiaro in questa storia finisce col guastare la generale atmosfera positiva, e, con l'arrivo della pioggia, tutto si offusca e blocca improvvisamente dietro una patina opaca di responsabilità, colpe e negligenze.

Insolitamente melodrammatico, ma allo stesso tempo aggraziato e intenso, A Story of Floating Weeds, adattato da un film americano che si chiama The Barker, venne rifatto pressoché identico da Ozu per lo studio Daiei nel 1959, con il titolo Floating Weeds, in cui al posto della faccia bonacciona di Sakamoto Takeshi c'era quella equivoca di Nakamura Ganjiro (il quale si porterà strascichi di Erbe fluttuanti anche nei comportamenti che avrà in End of Summer). Sakamoto Takeshi incarna un personaggio caro a Ozu e noto col nome di Kihachi, un uomo scalcagnato e allo stesso tempo irresponsabilmente gioviale, sempre velato di insicurezza cronica e malinconica. Di tanto in tanto a Ozu piaceva chiamare se stesso Kihachi; c'è allora qualcosa di autobiografico, non tanto nelle vicende del Kihachi di A Story of Floating Weeds, quanto nei modi in cui queste vicende non vengono affrontate, con la pazienza e la comprensione di una consapevole impotenza. In questo film i padri non sanno essere padri e i figli sono indipendenti e già adulti anche in tenera età. Un esempio è dato da Shinkichi, il figlio del capotroupe, interpretato indimenticabilmente da Mitsui Hideo (che nel secondo Floating Weeds avrà invece un ruolo marginale, ma metalinguisticamente importante e amaro): il ragazzo non sa che il capotroupe è suo padre, e a ogni sua comparsa in paese lo accoglie con la gioia di chi ritrova un compagnone un po' fesso e buono a nulla, uno spiantato simpatico col quale è piacevole passare il tempo (emblematica la scena in cui mentre pescano, a Kihachi cade il portafogli nell'acqua e il ragazzo si mette a ridere dicendo che non può essere una grossa perdita, perché si sa che Kihachi non può avere granché nel portafogli). Un altro esempio è il bambino, figlio di uno degli attori, che per tutto il film non fa che prendersi cura di un salvadanaio a forma di gattino, e quando suo padre ruba i soldi dal salvadanaio, ridotto alla fame dall'imminente fallimento della troupe, il bambino non esita a sgridarlo e riprendersi i soldi sdegnato, in modo buffo ma deciso. Altri due personaggi singolari, difficili da definire come solo buoni o solo cattivi, sono quello della vecchia compagna del capotroupe, interpretata Iida Choko, faccia ricorrente del cinema di Ozu, e quello della prima attrice, che ha l'ambiguo sorriso traverso di Yagumo Rieko, un'attrice che rappresentava evidentemente per Ozu la sfuggente doppia natura femminile, comprensiva e bisognosa di attenzioni, ma anche risoluta e terribile, capace di azioni assurde e gelide (il gioco di luci dal basso sulla sua faccia che così appare gonfia e demoniaca, quando di notte tutti gli attori dormono e lei aspetta fumando il ritorno della ragazzina che ha istigato affinché seduca il figlio del capotroupe...). Nell'agire sconsiderato di questa donna si nasconde il senso di tutto il film: dapprima buona, poi cattiva per difendersi dalla sofferenza, alla fine del film la prima attrice ritrovandosi alla stazione ormai senza lavoro e senza sapere dove andare, per inerzia si riconongiunge al capotroupe, che non è certo una persona da amare, e che appunto per questo va bene per una donna che sa di non valere niente. Per Kihachi è lo stesso: avendo cercato per tutto il tempo di fare il padre (di suo figlio e della sua troupe) e non essendoci riuscito, alla fine anche lui si ritrova da solo alla stazione, là dove il film era cominciato, e non avendo niente di meglio da fare e nessun altro con cui andare, si riunisce alla prima attrice e insieme salgono sul treno per la prossima città, sperando di trovarci una prosecuzione per le loro vite inutili e insufficienti. Ukigusa (lett. erbe del periodo piovoso) infatti è un modo di dire giapponese che indica il vagare senza obiettivi e senza meta, proprio come i fili d'erba che fluttuano al vento. Vivere senza dare un senso alla vita, ossia esattamente ciò che fa Kihachi senza saperselo impedire. Eppure Kihachi avrebbe una donna che lo vuole; la sua vecchia compagna non spera altro che di poter averlo a casa con sé per sempre. E tra i due c'è un'intimità che va molto oltre la soddisfazione dei bisogni quotidiani, e per questo viene annientata e negata proprio sul terreno di gioco del quotidiano. Kihachi e la vecchia compagna sono simili nell'aspetto, tutti e due con una faccia franca e larga che tradisce ogni loro pensiero; tutti e due buoni e incerti, sorridenti e insicuri, troppo legati l'uno all'altro per avere la sfrontatezza di imporsi decisioni e bisogni. La signora poi è la madre dell'unico figlio di Kihachi, cioé il simbolo per Kihachi di qualcosa troppo grande per lui, troppo pulito. Si sente inadeguato, Kihachi, e allora si allontana, si rinchiude nella sua vita senza scopo pur di non sporcare quella della madre e del figlio ideali, sempre amati nel cuore e nella testa, ma impossibili da raggiungere fisicamente.
Film estremamente preciso nei dettagli, come tutti i film muti di Ozu, A Story of Floating Weeds contrappunta il dramma con scenette divertenti e mai scontate (cosa che invece mancherà a Floating Weeds, cupo senza rimedio). Tutto quello che succede ai personaggi di questa storia accade con incantevole leggerezza; perfino il raggiro della giovane attrice che si offre al figlio del capotroupe per sedurlo e distruggergli l'avvenire, è messo in scena come in un sogno, con lei che scompare dietro un albero dopo avergli dato appuntamento, di giorno, e che subito dopo, di notte, ricompare irreale da dietro lo stesso albero, come senza peso, e bellissima nella semplicità di un sorriso che impaurisce il ragazzo fino a farlo scappare, correre via prima di cederle (proprio queste scene di seduzione sono state oggetto di censura: quando la giovane attrice torna in teatro dopo essere stata col ragazzo, invece di togliersi le calze, gesto tranciato via perché considerato troppo rivelatore ed erotico, si aggiusta semplicemente i capelli, gesto ugualmente erotico ed eloquente, ma forse meno coinvolgente. Nel 1959, non più alla Shochiku bensì alla Daiei, questo problema non si porrà, e in Floating Weeds la giovane attrice rientrando in teatro addirittura si pulirà e asciugherà la bocca, dopo i baci col ragazzo). Teneramente ruvido, questo film sta dietro ai propri personaggi con un'infinità di premure e accortezze: all'inizio tutti i membri della troupe, arrivando di notte nel paesino di provincia, tutti un po' ammassati e assonnati, si presentano allo spettatore per quello che sono; e come su una passerella sfilano allora il capotroupe accaldato, sventolandosi e grattandosi; il bambino abbarbicato e addormentato sulla schiena del padre; la ragazza che sedurrà il figlio del capotroupe piena di gesti delicati e graziosi; e infine la prima attrice che tra tutti è la più sveglia e si guarda intorno pratica, vigile e autonoma. Queste persone vivranno come possono senza mai scadere nel ridicolo, nel volgare, nello scontato, mantenendo sempre una dignità, oltrepassando al trotto l'unica carrellata di tutto il film che mostra i bagagli pronti per la partenza nel teatro ormai vuoto e fallito, e tornando al punto di partenza che diventa anche un trampolino per proseguire, in treno, verso il prossimo Kihachi, il prossimo film di Ozu, le prossime prove della vita. (febbraio 2006)

 


paese: Giappone
anno: 1934
regia: Ozu Yasujiro
sceneggiatura: Ikeda Tadao
attori: Sakamoto Takeshi (Kihachi), Iida Choko (Otsune), Mitsui Hideo (Shinkichi), Yagumo Rieko (Otaka), Tsubouchi Yoshiko (Otoki), Kozo Tokkan (Tomibo), Tani Reiko (padre di Tomibo)

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