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Harakiri: Death of a Samurai / Ichimei (2011)

Saturday, 21 May 2011 03:13 Giampiero Raganelli Film - Giappone
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ichimei_0Ancora un jidaigeki nella filmografia di Miike, a seguire 13 Assassins (2010), e ancora un remake, questa volta dal classico di Kobayashi Masaki del 1962, che Miike ripropone fedelmente. E, per la prima volta nella sua sterminata filmografia, utilizzando il 3D. Anche se Miike definisce incidentale l’accostamento con il film dell’anno scorso, tra di essi ci sono una serie di analogie e specularità. Entrambi sono ambientati in epoca Edo, ma se il film precedente è collocabile alla fine di tale epoca, tipico film di samurai al tramonto, Harakiri: Death of a Samurai/Ichimei è invece situato all’inizio: si svolge infatti quindici anni dopo la battaglia di Sekigahara, che riunificò il paese e diede inizio a quel lungo periodo di pace.

Miike, come in 13 Assassins, smitizza e dimostra di non credere all’etica samuraica, riprendendo in ciò la concezione pacifista del regista di La condizione umana. L’esitazione che viene mostrata davanti al seppuku, il suicidio rituale, l’insistenza sulla sua assurda sofferenza, lo pongono agli antipodi di quelli raccontati da Mizoguchi o Mishima. E ancora come in 13 Assassins, la penetrazione della spada nell’addome rimane fuori campo, cosa che può sembrare anomala per chi in passato non si è tirato indietro di fronte a eccessi gore.
Con l'avvento dell'epoca Edo, relativamente pacifica, la classe dei guerrieri giapponesi si trovava a perdere il ruolo avuto nei periodi di conflitto. Molti di loro, declassati al rango di ronin, si riciclavano come burocrati, ma molti altri si riducevano a mendicanti. E il massimo disonore era quello di praticare il seppuku, con una spada di bambù essendo stati costretti a vendere quelle di metallo per sbarcare il lunario. Una situazione raccontata per esempio già da Humanity and Paper Balloons di Yamanaka Sadao (1937).
Quello che interessa al regista è, ancora una volta, individuare quella violenza latente, in cerca di sbocco, connaturata ai lunghi periodi storici di pace. Stavolta questa prende forma non in un personaggio depravato, novello Kakihara, come in 13 Assassins, ma nel sadismo compassato, nell’impassibilità degli aguzzini, i signorotti feudali.
Altra differenza sostanziale con 13 Assassins è che non ci sono scene di battaglia o combattimento spettacolari, a parte quella lunga, alla fine, in cui esplode tutta la tensione accumulata. Se è vero quello che afferma Miike, che attribuisce questa mancanza di scene d’azione semplicemente alla complessità di realizzarle con la tecnologia del 3D, va notata ancora una volta l’eccentricità del personaggio: usare quella tecnologia senza sfruttarla appieno nelle sue potenzialità, così come avere a disposizione un musicista del calibro di Sakamoto Ryuichi, e commissionargli una partitura minimalista, anche se questa sembra essere la tendenza ultima del compositore.
Miike si concede in eccessi figurativi pittorici, immagini di aceri color rosso fuoco, algide nevicate che offuscano la scena, in quella che è un’imponente rievocazione storica, nel respiro del cinema classico giapponese. E in questo senso utilizza come protagonista uno dei più grandi attori di teatro kabuki, Ichikawa Ebizo. Miike colpisce ancora nel segno, riuscendo a mostrare la devozione dovuta alla classicità del cinema nipponico, non alterando sostanzialmente la narrazione di base e facendo rivivere la sofferenza umana di Kobayashi, ma senza esserne al contempo sottomesso, in un’opera che ha l’intensità dei suoi film di ambientazione contemporanea.


paese: Giappone
anno: 2011
regia: Miike Takashi
sceneggiatura: Yamagishi Kikumi
attori: Ichikawa Ebizo (Hanshiro), Eita (Motome), Mitsushima Hikari (Miho), Yakusho Koji (Kageyu)



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