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Tokyo Koen (2011)

Saturday, 20 August 2011 03:00 Giampiero Raganelli Film - Giappone
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tokyo_koen_0Koji è uno studente d’architettura con l’hobby della fotografia. Gli viene commissionato, da un facoltoso dentista di mezza età, di fotografare di nascosto la compagna, pedinandola nei parchi di Tokyo, dove si reca, ogni volta in uno diverso, con la bimba in carrozzina.

Il film inizia con una serie di foto in bianco e nero, che si ritagliano sull’immagine, a colori, del parco. Aoyama enuncia uno dei principali temi, quello della consistenza della visione, della riproducibilità fotografica dell’immagine, della fotografia come memoria finanche, come si vedrà, di vite precedenti. Koji si ostina a voler fare il fotografo “in modo tradizionale”, ama sviluppare le pellicole nella camera oscura artigianale che si è ritagliato nel suo appartamento, ma è costretto a farsi prestare, dal fratello otaku, un apparecchio digitale per poter svolgere l'incarico, dovendo inviare via mail i suoi scatti. Fuori dal lavoro, quando fotografa la sorellastra, ritorna comunque a usare la pellicola. Solo facendo scorrere in sequenza le immagini della donna che spia, riproducendo così il meccanismo stesso del cinema, fotografia in movimento, si accorge di quello che è uno “sguardo in camera”: lei ha percepito la sua presenza. Alla fine, quando smette di fotografarla, la si vede tornare a casa. Sembra che esista solo per essere fotografata, in un film popolato di creature evanescenti e fantasmatiche. Partendo da suggestioni che possono risalire a Blow-up di Antonioni e Incontri a Parigi di Rohmer, Aoyama sviluppa un suo discorso sulla stratificazione delle immagini nel tempo, sul vuoto di figure affettive e sul suo riempimento con dei simulacri fotografici. Emergono figure ancestrali: seguendo in sequenza topografica i parchi visitati dalla donna sulla mappa di Tokyo, si scopre un tracciato a spirale. È il richiamo all’ammonite, la conchiglia fossile che è un segno della passione per la paleontologia che accomuna il dentista e la sua compagna. Se Roland Barthes sosteneva il carattere urbanistico acentrico della capitale nipponica, ci si interroga su dove possa condurre quel percorso, su quale sia il centro della spirale. «Alla fine della spirale non c’è nulla di più», dice il protagonista.
Questo complesso disegno esoterico non costituisce il plot principale del film, ma si diluisce tra le vicende di vita quotidiana, trattate in tono leggero, di Koji e delle donne che gli stanno intorno. C’è Miyu, un’amica d’infanzia, una vera e propria “ragazza-citazione”. Ama i film horror di Romero che rappresentano per lei qualcosa di religioso. Non fa altro che snocciolare titoli, Morti e sepolti, Inseparabili e anche un film giapponese, In Search of Mother, di Katō Tai, tutti sono riferimenti a quello che succede nel film. Lei sembra sempre sapere dove si trova Koji come se lo spiasse, mentre lui spia la donna. C’è poi la sorellastra Misaki, figlia della seconda moglie di suo padre, con cui nascerà una storia d’amore. E a queste si aggiunge la misteriosa donna dei parchi, che tanto ricorda la madre che Koji perse in tenera età. Tokyo Koen disegna un complesso sistema di relazioni famigliari, parentali, affettive, edipiche, di assenze che si tenta di colmare con la sublimazione dell’immagine fotografica. Un meccanismo che si rivela però farraginoso. Aoyama dichiara di essere partito dal voler raccontare la storia di un uomo e di una donna sul modello di Quattro notti di un sognatore. Ma il rigore, l'essenzialità e l'intensità bressoniane appaiono decisamente annacquati. Aoyama aggiunge troppa carne al fuoco che non riesce a tenere sotto controllo e il film si disperde in mille rivoli.


paese: Giappone
anno: 2010
regia: Aoyama Shinji
sceneggiatura: Aoyama Shinji
attori: Miura Haruma (Koji), Eikura Nana, Igawa Haruka, Konishi Manami



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