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Saudade (2011)

Tuesday, 23 August 2011 01:22 Giampiero Raganelli Film - Giappone
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saudade_0Girato in dodici mesi in HD e costato dieci milioni di yen, in gran parte raccolti con una sottoscrizione, non avendo potuto usufruire di contributi statali, Saudade rientra in una nuova e promettente ondata di cinema indipendente nipponico, fatta di opere autoprodotte. Solo ora se ne stanno iniziando a cogliere i frutti nei festival internazionali come Vancouver, Rotterdam, Berlino e Locarno. Si tratta dell’opera terza del giovane talentuoso Tomita Katsuya, che ha potuto intraprendere la carriera di filmmaker finanziandosi con il suo stipendio da camionista, lavoro che continua a svolgere tuttora. Tomita è tra i fondatori del collettivo di cineasti Kuzoku, che si pone l’obiettivo di creare un sistema alternativo di produzione e distribuzione. Sembra di rivivere lo spirito pionieristico dell’ATG e della nouvelle vague giapponese degli anni sessanta.

Come gli altri film che si sono potuti vedere di questa generazione di cineasti, Good Morning to the World!! e Hospitalité, anche Saudade indaga il mondo dei reietti della società, degli immigrati. Tomita torna nella sua città natale, Kofu, per raccontare la comunità degli stranieri, tailandesi, filippini e nippo-brasiliani. Il film è il risultato di un lavoro di ricerca, di interviste con queste persone, particolarmente numerose nelle cittadine di provincia, nel Giappone semirurale, diventate città fantasma all’epoca della grande migrazione verso le aree urbane e oggi dominate da una fatiscente imprenditorialità edilizia che attrae lavoratori stranieri. Tra questi particolare attenzione è rivolta verso i nikkei, i discendenti di quei giapponesi che migrarono in Sudamerica, soprattutto in Brasile a San Paolo, cento anni fa, ora ri-immigrati in Giappone. Il film pone l’accento sul problema della loro identità nazionale. Se in Brasile si consideravano giapponesi, in Giappone hanno uno speciale passaporto, non sono considerati dei gaijin, ma la loro integrazione risulta comunque difficile. Il gap culturale esiste e spesso sono oggetto di razzismo, tant’è che molti decidono di ritornare in Brasile. «Quando sono fuori dal Giappone sono più cosciente di essere giapponese», dice uno di questi personaggi, «Staremmo meglio in Brasile», afferma un altro. E un bambino, nato in Giappone, chiede al padre dove sia il Brasile per sentirsi rispondere laconicamente «Il Brasile è lontano». Problemi analoghi si pongono per gli immigrati tailandesi: la ragazza protagonista è combattuta se cogliere o meno l’opportunità di prendere la cittadinanza giapponese, consapevole che, nel caso, sarebbe considerata straniera in Thailandia. «Sopravvivremo al Giappone» conclude un altro protagonista. Tutto questo è visto da un punto di vista interno a queste comunità.
Il termine portoghese “saudade”, traslitterato in giapponese come “sannodanchi”, esprime un senso di malinconia e nostalgia tipico di chi vive lontano dalla propria terra natia. Saudade è il ritratto di un melting pot linguistico e culturale: la cultura underground, l’hip hop, i rapper e la movida, i luoghi di ritrovo delle comunità straniere, i palazzoni alveare in cui abitano, i negozietti di surgelati e i centri commerciali, le palestre di capoeira e le sale di pachinko, il richiamo a City of God, il film brasiliano ambientato in una favela. Saudade è un film lungo, che si prende i suoi tempi e dove la narrazione lascia spesso spazio a momenti di stasi semidocumentaristica, come le lunghe chiacchierate durante le pause di lavoro in cantiere. Qualche punta di didascalismo scappa, ma nel complesso un film ottimamente riuscito.


paese: Giappone
anno: 2011
regia: Tomita Katsuya
sceneggiatura: Tomita Katsuya, Aizawa Toranosuke
attori: Takano Tsuyoshi, Ito Hitoshi, Dengaryu, Deejai Paweena, Ozaki Ai, Kawase Yota, Kudo Chie, Dennis Oliveira de Hamatsu, Ayano



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