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Cut (2011)

Monday, 05 September 2011 16:05 Giampiero Raganelli Film - Giappone
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cut_0Dopo il periodo iraniano, la fase da filmmaker newyorkese sperimentale, passando per Vegas: Based on a True Story, Amir Naderi diventa un cineasta giapponese a tutti gli effetti, girando un film a Tokyo con l’attore Nishijima Hidetoshi (Dolls, License to Live), cosceneggiato con Aoyama Shinji. Naderi vede il Giappone come un “poema moderno” con il suo cinema, classico e non, e la sua cultura. Influenze cinematografiche del Sol Levante nella sua filmografia, a ben vedere ci sono sempre state: l’ultima scena di The Runner ispirata al finale di Seven Samurai/I sette samurai; in Water, Wind, Dust, la lotta per la sopravvivenza per assenza di acqua, costruito senza dialoghi proprio come The Naked Island; The Waiting che riprende tanto Kwaidan, di Kobayashi Masaki, quanto The Burmese Harp/L'arpa birmana, di Ichikawa Kon. Per non dire di come lo sguardo sull’infanzia di Shimizu Hiroshi sia in comune con tanto cinema iraniano. E Naderi ha anche insegnato cinema giapponese nei suoi workshop in università americane. In Giappone arriva quindi per mettere in scena il suo Lo stato delle cose, sulla morte del cinema, un atto di cinefilia eversiva.

Protagonista del film è Shuji, un appassionato viscerale di cinema che, tra mille difficoltà di permessi, organizza proiezioni d’essai in un cinemino improvvisato nel terrazzo della sua abitazione, immersa nello skyline di Tokyo. Nei suoi programmi a farla da padrone sono il cinema classico giapponese, ma anche Renoir, Fellini, Keaton. Concepisce il suo lavoro come un atto di resistenza contro il cinema contemporaneo, quello dei multiplex e dei popcorn. Lo vediamo recarsi in pellegrinaggio sulle tombe di Kurosawa, Ozu e Mizoguchi. Shuji si trova a dover pagare i debiti contratti dal fratello - anche per sostenere le sue attività cinematografiche -, un usuraio della yakuza ucciso dalla mafia cinese. L’unico modo che trova per recuperare soldi è quello di diventare un punching-ball umano a pagamento.
Shuji è un personaggio decisamente borderline, proprio come Naderi, in cui si identifica con i suoi gusti eclettici: è capace di fare un programmino che abbina Keaton con Shimizu Hiroshi. Shuji è l’ultimo samurai del cinema e il suo è un atto catartico, estremo come lo è stato il seppuku di Mishima. «Non sei mica Mishima», gli viene detto all’inizio del film. Assume su di sé, e sul suo corpo, la sofferenza e il martirio: le botte che prende sono quelle degli spettatori che concepiscono il cinema solo come puro svago. Si sacrifica per quello in cui crede, il cinema puro. Naderi ci dice che il cinema sta morendo, annegato nel business e nelle logiche commerciali. «Il cinema non è una puttana», sostiene insistentemente Shuji. E se lo è, è una puttana santa, come nella concezione fassbinderiana. Sul cinema si può far calare il kanji mu, il nulla, che campeggia sulla lapide di Ozu, tutto è ormai polvere, vapore fluttuante. Renoir, Ophuls come Oshima.
Nel suo atto d’amore cinefilo, per quel cinema che non c’è più, Naderi sa regalare scene di una raffinatezza impressionante. La lapide di Ozu con ai lati un mazzo di fiori e due bottiglie di sake, elementi tipici delle rigorose composizioni dell’inquadratura del Maestro. E quella di Mizoguchi che Shuji accarezza mentre si sente la musica dei titoli di testa di Tales of Ugetsu/I racconti della luna pallida d'agosto. E poi il momento sublime, metacinena all’ennesima potenza, della proiezione di Sherlock Junior/La palla numero 13: lo schermo del cineclub con le immagini di Keaton protezionista che entra, interagendo, nello schermo del film che sta proiettando. E poi l’omaggio a quel capolavoro del cinema classico nipponico che è The Naked Island. Si nota che lo schermo su cui Shuji lo proietta è stato correttamente sostituito con uno anamorfico, per poterlo apprezzare nel suo formato Scope (a differenza di quanto succede in Italia con la copia in 16mm in circolazione). E la scena mostrata di quel film è quella, estremamente violenta, dove il marito sta per dare un ceffone alla moglie, affaticata e lenta nell’innaffiare i campi. La scena si interrompe appena prima delle percosse ed è un richiamo alle botte che prende Shuji nel film.
Nella cialtroneria che predomina nel cinema contemporaneo, Naderi riesce a far rinascere l’amore vero per il cinema, un cinema in cui convivono Late Spring/Tarda primavera come The Searchers/Sentieri selvaggi, che Shuji/Naderi definisce come quei film con i migliori finali della storia del cinema.


paese: Giappone
anno: 2011
regia: Amir Naderi
sceneggiatura: Amir Naderi, Aoyama Shinji, Tazawa Yuichi
attori: Nishijima Hidetoshi (Shuji), Tokiwa Takako (Yoko), Sasano Takashi (Hiroshi), Sugata Shun (Masaki), Denden (Takagaki), Suzuki Takuji (Nakamichi)

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