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Kotoko (2011)

Wednesday, 14 September 2011 13:29 Giampiero Raganelli Film - Giappone
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kotoko_0La storia di Kotoko (Cocco), una donna single nella difficile prova di crescere il figlio piccolo, tra paure e angosce. Quando le viene tolto l’affidamento del bambino, nella sua vita entra un uomo (interpretato dallo stesso Tsukamoto). Il film nasce dal sodalizio artistico tra il regista e la cantautrice Cocco, che già aveva realizzato la colonna sonora di Vital. La storia è proprio ricalcata su di lei, e sulla sua vicenda - la perdita di un bambino -, tanto che può essere considerata, a tutti gli effetti, la coautrice. Tsukamoto sceglie di dividere con lei anche la scena, assumendosi i ruolo di coprotagonista, uno scrittore che la approccia da stalker.

Un film sulla maternità, sul fardello e la responsabilità di crescere un bambino piccolo da parte di una donna sola, con l’ossessione che possa succedergli qualcosa di brutto, alimentata dalle continue notizie di bambini morti dai telegiornali, con un “complesso di Medea” sempre in agguato. Tsukamoto lavora, nella prima e nell’ultima parte del film, con una macchina a mano nervosissima, trasmettendo una forte inquietudine, e un senso di vertigine. È il riflesso della condizione psicologica di Kotoko, insicura e labile. E in più alimenta quel senso dell’orrore del quotidiano, legato agli incidenti domestici. Magistrale e raccapricciante è, in questo senso, la scena in cui Kotoko tiene precariamente in un braccio il bambino, mentre con la mano libera tiene una padella sul fornello. Ma c’è anche l’orrore della guerra, rappresentato dal soldato che irrompe in casa senza una spiegazione logica, un momento che potrebbe rientrare benissimo in una pièce della drammaturga inglese Sarah Kane. Quelle atrocità che ci arrivano tramite la televisione, che ce le fa sentire vicine e, allo stesso tempo, lontane.
Questa situazione patologica coincide con le parti in cui vive con il bambino, mentre quando è lontano e la sua figura è sostituita da quella dello scrittore/regista/stalker, Kotoko acquista sicurezza. Una sicurezza che nasce dall’unione di due persone fragili. È lei stessa a dire di essere guarita ma si tratta solo della conferma di un qualcosa che si era già capito, che il regista ha saputo trasmettere in via implicita. Kotoko ha problemi di vista, ci vede doppio. È un tema caro al regista, basta pensare a Gemini, che qui assume il significato di percepire la parte positiva e quella negativa delle persone, sdoppiandole. Riesce però a vincere tutte le sue tare cantando. L’arte, della stessa Cocco, assume un ruolo salvifico.
Figurativamente il film funziona con una predominanza di colori variegati e sgargianti, la stanza del bambino con tutti i giocattoli, le gru di carta ognuna di colore diverso, l’arredamento dell’appartamento - risultato anche del contributo estetico di Cocco - che vira improvvisamente al bianco che si impone nel finale, che dà il senso dell’ospedale psichiatrico, della degenza in una casa di cura.
Kotoko inizia su una spiaggia. Il topos del mare ricorre, associato all’infanzia - il bambino viene portato a vivere in una località sulla costa - o a un qualcosa di ancestrale: la protagonista, quando si taglia le vene, fa sprigionare un odore di pesce che lei stessa attribuisce a una reminiscenza evoluzionista primigenia, che fa risalire al plancton. Un tema che curiosamente si trova anche in Ponyo sulla scogliera/Ponyo on the Cliff by the Sea e che si potrebbe far risalire, per Tsukamoto, alla figura del mizuko, il bambino d’acqua, indicante il bambino non nato o morto immaturo. Con Kotoko Tsukamoto, dopo una parentesi non del tutto convincente, torna a fare cinema di altissimo livello.


paese: Giappone
anno: 2011
regia: Tsukamoto Shinya
sceneggiatura: Tsukamoto Shinya
attori: Cocco, Tsukamoto Shinya

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