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Ultimi aggiornamenti

SPECIALE Far East Film 2011

 feff2011_locandinaTredicesima edizione della più grande festa europea del cinema di genere est asiatico: dal 29 aprile al 7 maggio 2011 Udine si è popolata dell'usuale folla multicolore di appassionati e cinefili, riuniti per nove giorni di continuate proiezioni. Quest'anno i film presentati erano quasi novanta, divisi tra concorso e retrospettive, proiettati al Teatro Giovanni da Udine e al Visionario. Un appuntamento che non muta le caratteristiche vincenti che lo hanno portato alla ribalta, in segno di continuità e rispetto col passato, ma che riesce a riproporsi ogni anno con rinnovato slancio.

 

Detective K (2011)

detective_k_0Seconda prova dietro la macchina da presa per Kim Seok-yoon dopo la trasposizione cinematografica della serie tv Old Miss Diary (2006), Detective K è un'avvincente avventura in costume che divide equamente le sue atmosfere tra ispirati istinti comici ed esaltanti scene action. Pur non lesinando alcune contorsioni di sceneggiatura, è in grado di regalare una serata all'insegna dell'intrattenimento puro.

 

Florence Korea Film Fest 2011

fkff2011_locandinaNove edizioni per il Korea Film Festival di Firenze. E a giudicare dagli ospiti e dalla loro rilevanza, sostanzialmente il gotha del cinema coreano, pareva quella del decennale. Eppure, nonostante non siano poche le edizioni alle spalle, forse non sono state sufficienti a rafforzarne l'identità festivaliera in senso stretto. Senza voler istituire paragoni scomodi, Udine – patria del Far East – in teoria non dovrebbe attrarre più persone o costituire in qualche modo terreno più fertile per un festival rispetto a Firenze, ma la realtà è questa: mentre il Teatro Giovanni di Udine è pieno ogni sera da quando il Far East esiste, l'Odeon pieno durante il Korea lo si vede raramente. Ma i film ci sono. Il Korea vanta sempre un programma invidiabile, anche in virtù dello stato di salute della cinematografia più sorprendente del terzo millennio, alternando pepite scovate dal passato (negli anni Kim Ki-young e Shin Sang-ok) a retrospettive sui registi che sono il vanto della Corea del Sud, oltre a un'ampia vetrina sulle uscite dell'ultimo anno. Quest'anno in particolare ha visto transitare sul palco dell'Odeon Bong Joon-ho con la retrospettiva, Lee Chang-dong con Poetry e Im Sang-soo con The Housemaid, quest'ultimo in anteprima rispetto all'uscita nelle sale italiane. Per chiunque sia anche lontanamente appassionato di cinema coreano è davvero difficile pretendere di più.

 

Yellow Sea, The (2010)

yellow_sea_0Dopo il successo di The Chaser, sia di critica che soprattutto di pubblico, Na Hong-jin torna con un thriller claustrofobico e meticcio che si inabissa in una spirale di violenza opprimente, da cui non esiste speranza di fuga. La sua seconda prova nel lungometraggio è anche il primo film coreano a ricevere investimenti diretti da una major hollywoodiana, Fox International Productions, rimasta impressionata dal suo esordio del 2008, tanto da aver già opzionato il regista in caso di un remake in lingua inglese. Presentato nella sezione Un Certain Regard del festival di Cannes 2011, The Yellow Sea, precedentemente noto come The Murderer, è una riflessione pessimistica sul degrado e la gelosia come meccanismi scatenanti di conflitti di sangue sempre più assurdi: i suoi protagonisti sono migranti senza diritti, spinti verso la criminalità dalla necessità di sopravvivere e dalla furia delle emozioni.

 

Guilty of Romance (2011)

guilty_of_romance_0Nel consueto assalto iconoclasta ai sensi e ai generi cinematografici, l'ultima fatica di Sono Shion, presentata come proiezione speciale alla Quinzaine des réalisateurs del festival di Cannes nella versione da 143' rispetto alla più corta versione internazionale, affonda nell'universo femminile tra ingenuità, sottomissione, romanticismo, (tanto) sesso e contestuale (agognata o presunta) liberazione. Con abbondanti ammiccamenti e morbosità che richiamano i pinku eiga, ma una costruzione concentrica che sfiora il paranoide nell'esaminare i risvolti nascosti della società giapponese, ne emerge un film squilibrato, sempre in bilico tra seria analisi degli istinti repressi e smaccato divertissement autoconsapevole, ma anche generoso nel gettarsi a capofitto in un messaggio ambiguo e deragliato (la ricerca di sé stessi nella perdizione, possibile solo nella contemporanea distruzione delle proprie certezze).

 

Tatsumi (Singapore, 2011)

tatsumi_0Eric Khoo, l’eclettico regista di Singapore, anche autore di strisce a fumetti, incontra il mondo del grande mangaka Tatsumi Yoshihiro, l’inventore negli anni ’50 del genere gekiga, i comics per adulti. Avanti con i tempi e incompreso, il disegnatore giapponese poteva vantare pochi sostenitori, in primis lo scrittore Mishima Yukio. È la prima volta che l’opera del Maestro viene portata su grande schermo in un film d’animazione, risultato di lunghi colloqui con il regista.

 

Intervista a Eric Sasono

eric_sasonoDopo una breve carriera come sceneggiatore e filmmaker, Eric Sasono è diventato uno dei principali critici cinematografici in Indonesia, co-curatore del portale RumahFilm.org e autore di volumi sul cinema asiatico. È inoltre membro di comitati scientifici e organizzativi sia in patria che all’estero, come a Hong Kong, a dimostrazione del prestigio di cui gode nell’ambito della critica cinematografica orientale.

 

Aftershock (2010)

aftershock_0Sul catalogo del Far East Film Festival 13 si riporta in merito a Feng Xiaogang: "Da alcuni definito lo Steven Spielberg cinese". Ammesso e per nulla concesso che questi alcuni esistano, è tempo che si risponda di certe affermazioni e si abbia il coraggio di fare un passo avanti. In ormai quasi vent'anni di carriera Xiaogang ha attraversato tutti i generi (commedia, melò, guerra), ma dove l'inarrestabile curiosità di un Bong Joon-ho lo ha portato a superare i generi stessi e utilizzarli per arricchire una poetica coerente di nuove e gustose sfaccettature, il fil rouge di Feng è quello dell'astuzia dell'uomo (per nulla dzigavertoviano) dietro la macchina da presa che si serve della tecnica e delle emozioni per rafforzare il proprio potere. Il cinema cinese, specie a livello industriale, è in piena ascesa, sorretto da produzioni sempre più ambiziose e Xiaogang è in prima linea nell'establishment, quasi un vice-Zhang Yimou - di cui ripropone solo i lati più deteriori, narcisismo e opportunismo - pronto a subentrargli al primo passo falso (operazione semplice nel mondo felice della Cina continentale, visto che è sufficiente dedicare un film ai paradossi temporali per divenire persona non grata).

 

Swordsmen / Wu Xia (2011)

swordsmen_01917: in un piccolo villaggio della provincia dello Yunnan la vita scorre felicemente, grazie all’operosità dei suoi abitanti. Tra questi Liu (Donnie Yen) è sereno padre di famiglia che conduce una prosperosa attività artigianale nella produzione di carta. Ma le mosche ronzano ovunque e un orecchio mozzato, di lynchiana memoria, fa subito capire che dietro le apparenze si cela qualcosa di torbido. Liu senza batter ciglio sgomina due pericolosi delinquenti e li uccide. Come può un modesto artigiano come lui avere compiuto una simile impresa? Chi si cela dietro Liu? Ha degli scheletri nascosti nel suo armadio laccato? Per fare chiarezza sull’episodio arriva un investigatore (Takeshi Kaneshiro), inviato dalle autorità centrali.

 

Harakiri: Death of a Samurai / Ichimei (2011)

ichimei_0Ancora un jidaigeki nella filmografia di Miike, a seguire 13 Assassins (2010), e ancora un remake, questa volta dal classico di Kobayashi Masaki del 1962, che Miike ripropone fedelmente. E, per la prima volta nella sua sterminata filmografia, utilizzando il 3D. Anche se Miike definisce incidentale l’accostamento con il film dell’anno scorso, tra di essi ci sono una serie di analogie e specularità. Entrambi sono ambientati in epoca Edo, ma se il film precedente è collocabile alla fine di tale epoca, tipico film di samurai al tramonto, Harakiri: Death of a Samurai/Ichimei è invece situato all’inizio: si svolge infatti quindici anni dopo la battaglia di Sekigahara, che riunificò il paese e diede inizio a quel lungo periodo di pace.

 

Hanezu (2011)

hanezu_0Il Giappone di campagna, un mondo lontano tanto dalla vita urbanizzata quanto da quella cultura stucchevole che si definisce tradizionale, quella dell’ikebana e della cerimonia del tè. Solo in questo mondo rurale la Kawase ritrova la presenza di quella civiltà ancestrale che ebbe la sua capitale a Nara. È un mondo fatto di rose selvatiche, erbe su cui si posano farfalline bianche, risaie, tempietti e scalinate, sembra dipinto dai macchiaioli toscani. E appesi fuori dalla casa dei protagonisti ci sono i koinobori, i tradizionali manicotti di stoffa a forma di carpa.

 


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