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Intervista a Takahashi Noboru

Thursday, 31 July 2014 00:00 Giampiero Raganelli Interviste - Altro
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takahashi noboru 1Ad accompagnare l'anteprima mondiale di The Mole Song: Undercover Agent Reiji al Festival Internazionale del Film di Roma, non c'erano solo il regista Miike Takashi e l'attore Ikuta Toma, ma anche il mangaka Takahashi Noboru, dalla cui opera è tratto il film. Il fumettista lavora al manga Mogura no Uta dal 2005: la serie è ancora in corso ed è giunta al momento al trentatreesimo volumetto.
Si ringrazia Maya Quaianni per i preziosi suggerimenti. L'intervista viene pubblicata anche sul sito di fumetti Lo spazio bianco.

 

Quanto Miike Takashi ha avuto rispetto del suo manga originale?
Per me è stato perfetto.

Non ci sono stati quindi cambiamenti?
Nel personaggio principale no, è stato rispettato in tutto.

Mi pare che in generale in Giappone ci sia un approccio diverso nell’adattare i fumetti rispetto a quello statunitense. A Hollywood la tendenza è quella di rendere più credibile il fumetto, più filmico, come per migliorarlo in quel senso, mentre in questo film si tende a conservare gli aspetti grotteschi, surreali, strampalati, trasponendo il mondo dei manga in un film con attori. Lei è d’accordo? Cosa ne pensa?
Come dice lei. Ho trovato che la trasposizione da fumetto a film non abbia perso nulla, anzi è stata fatta proprio come io avevo immaginato, quindi ne sono molto contento.

I suoi manga sono dei cult in Giappone, ma non hanno una distribuzione internazionale. In Italia non sono tradotti e non mi risulta lo siano in generale in Occidente. Come mai, secondo lei? Vanno incontro a gusti specificamente nipponici che non hanno rispondenza fuori patria? E vi siete posti questo problema per quanto riguarda la distribuzione del film? Vale a dire, avete affrontato la questione se il film potesse avere successo all’estero nonostante non sia conosciuto il manga?
Assolutamente vero. Ma è anche vero che vedendolo trasposto nel film, il suo principale punto di forza è sempre il riso. Fa ridere. Far ridere è fondamentale ed è un punto che accomuna tutti.

Qual è invece il motivo, secondo lei, per cui in generale i fumetti giapponesi hanno molto successo in tutto il mondo?
Per me un punto di incontro in comune con tutto il mondo è riuscire a inserire, tramite il personaggio e la storia, le emozioni, quello che, ovunque si vada, colpisce i lettori, qualsiasi essa sia. Le emozioni  le abbiamo tutti quanti. Per quanto riguarda me, quando ho disegnato il manga, lo ho sempre pensato in quest’ottica. E lo stesso quando ho visto il film in lavorazione, mentre si faceva: veniva rispettato quello che per me è più importante, cioè il far ridere. Anche all’anteprima, ho saputo che il film è piaciuto per il fatto che la gente ridesse, si commuovesse, nel senso di essere coinvolti emotivamente da quello che accadeva.

Com’è nato il personaggio dell’agente Reiji? Quali suono i suoi eventuali riferimenti, giapponesi e stranieri?
Partiamo dal fatto che se noi nascessimo e vivessimo in una stanza completamente bianca, non avremmo input di alcun genere per essere ispirati. È vero che io ho visto tanti film italiani, per esempio, e anche giapponesi, anche soap opera, tanti cartoni animati quando ero giovane. Quindi di informazioni ne ho avute tante, che poi il mio cervello ha elaborato per far nascere un personaggio che dicesse quello che io pensavo fosse necessario dire. Poi però, una volta nato, io gli sono dovuto andare dietro perché ha preso la sua strada. Una volta che al personaggio sono riuscito a dare una forma, è come se questi camminasse con le sue gambe e io gli dono quella che è la storia successiva. Volevo creare un personaggio che potesse esprimere le cose che io avevo dentro. Quando ho cominciato a pensare a questo personaggio volevo inserirlo nel mio mondo dove vivo, nella mia realtà. Ho voluto iniettare in lui le emozioni che sono per me importanti, come il non mollare di fronte alle avversità, che poi è anche quello che viene riproposto nel film, portare avanti le cose, cercare di fare del bene. Tutta una serie di valori che per me il personaggio doveva portare in sé e da lì portare avanti una storia.

Tanti personaggi sono associati ad animali, la talpa, il gatto, la farfalla, il personaggio tatuato come un giaguaro. Come mai?
È un modo per me per distinguere ancora di più determinati personaggi se vogliamo fare in modo che ognuno di essi venga ricordato. L’associazione con un animale diventa più qualcosa che sottolinea ancora il personaggio, le sue caratteristiche, per cui rimane facile ricordarlo. Avevo pensato anche a piante, a insetti, ho messo più carne al fuoco. Poi alla fine i personaggi si sono delineati.

Lei è stato l'assistente dell’eccentrico mangaka Umezu Kazuo, autore di molti manga e in particolare di Makoto-chan. Cosa ha preso dal suo maestro in quanto a stile?
Per me è un genio assoluto. Ho assorbito moltissimo da lui, anche se l’apprendistato è stato breve, per un giapponese: solo di nove mesi. Ma in quei nove mesi quello che si ripeteva costantemente era: mai staccare gli occhi dal mio maestro e questo ha fatto sì che io potessi rubare quello che era importante.

Come genere di manga Mogura no Uta ricorda, nonostante le differenze di trama e di stile, Minami no Teiou, incentrato su uno strozzino, uno dei manga più lunghi della storia. Conferma questa ispirazione?
Ooooh, è giusto. Sono molto contento di questa sua impressione.

(Roma, 15 novembre, 2013)


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