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Intervista a Jonathan Clements

Wednesday, 12 January 2011 00:08 Armando Rotondi Interviste - Altro
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jonathan_clementsJonathan Clements è uno dei principali esperti di manga e anime nel mondo occidentale. Doppiatore, adattatore e studioso, ha realizzato volumi importanti per la comprensione dell'industria del divertimento giapponese come The Anime Encyclopedia (2001), The Dorama Encyclopedia (2001) e il recente Schoolgirl Milky Crisis (2010), oltre a essere stato curatore del magazine Manga Max. Lo abbiamo incontrato a Edimburgo, in occasione del festival Scotland Loves Anime 2010, e gli abbiamo posto qualche domanda partendo proprio dal suo ultimo volume.

 

 Una prima domanda riguarda il suo ultimo libro: cos'è nello specifico Schoolgirl Milky Crisis?

 È prevalentemente una collezione, un'antologia dei miei saggi, articoli e interventi raccolti nell'arco di quasi venti anni. Articoli apparsi su varie testate, ad esempio Anime UK, che ho deciso di raggruppare insieme. Ho ancora molto materiale che mi permetterebbe di avere uno o due seguiti del volume. Il titolo Schoolgirl Milky Crisis è invece una serie di animazione fittizia, da me inventata, che utilizzo quando devo parlare di anime che non posso nominare per motivi legali o che mi possano creare qualche problema. In questi casi mi riferisco loro utilizzando il finto titolo di Schoolgirl Milky Crisis e non mi devo preoccupare.

 

Lei ha conseguito il suo Master presso l'Università di Stirling nel 1995 con una tesi sull'esportazione di manga e anime. Come è cambiata , secondo lei, la percezione di manga e anime in Gran Bretagna dal 1995 a oggi?

 In Gran Bretagna la situazione era, nella prima metà degli anni '90, molto diversa dagli altri paesi, ad esempio l'Italia. In Gran Bretagna non abbiamo mai avuto i Kappa Boys. Il primo vero avvicinamento del pubblico britannico nei confronti dell'animazione giapponese si ha nel 1998 con i Pokemon, ma questo avvicinamento denota gli anime solo come un prodotto per bambini. Nel 2002, quindi, quando Spirited Away di Miyazaki vinse l'Oscar, lo Studio Ghibli letteralmente ha spazzato via tutto come uno tsunami e da quella data sino al 2005 c'è stato un interesse sempre crescente verso gli anime. Anche se, a ben guardare, quando si parlava di animazione giapponese si parlava sempre e solo di Studio Ghibli. Nel 2006 inizia a esserci una crisi. Una crisi che colpisce non solo la produzione giapponese, ma anche altre industrie, come quella cinematografica americana attaccata dalla pirateria. Io credo che per l'animazione giapponese questa crisi abbia origine già nel 2004, ma nel mondo occidentale non lo abbiamo notato sino a qualche anno dopo grazie o a causa dell'incredibile successo delle pellicole dello Studio Ghibli che, in Gran Bretagna, erano diventate quasi sinonimo di anime.

 

Torniamo al suo libro. Oltre al Giappone, lei dedica molto spazio sia alla situazione coreana che, soprattutto, a quella cinese. La Cina è un mercato di fondamentale importanza per le industrie del divertimento giapponesi. I film cinesi sono molto popolari in Occidente, vincitori abituali dei principali premi ai maggiori festival internazionali. Come mai, a dispetto di questa fama, i prodotti di animazione o anche i comics cinesi non riescono a trovare spazio nei nostri mercati, come succede invece per i prodotti giapponesi e, in misura minore, per i coreani?

 La risposta capitalista è che questi prodotti provenienti dalla Cina non hanno necessità di arrivare al nostro mercato perché hanno già un loro mercato interno. In realtà stanno tentando di creare prodotti per l'esportazione, ma per il momento la qualità di questi non è, in tutta franchezza, all'altezza rispetto ai loro corrispettivi giapponesi o coreani, con questi che con Sky Blue di Kim Moon-saeng hanno fatto dei passi avanti dal punto di vista tecnico. È interessante il fatto, invece, che molta animazione giapponese è realizzata in Cina, come anche in Corea del Sud. Se si leggono con attenzione i credits di Ghost in the Shell, del film di Haruhu Suzumiya o di Summer Wars si noteranno molti nomi cinesi e coreani. In questo modo i cinesi stanno imparando molto e stanno maturando molte esperienze per quanto riguarda gli aspetti maggiormente tecnici del lavoro di animazione. Ciò che manca è una casa di produzione o un regista d'animazione del calibro di quelli giapponesi. Ma il tempo verrà anche per loro. Anche per la Corea che, come ho detto, con il film Sky Blue ha cercato, palesemente, di raggiungere o comunque avvicinarsi ai livelli tecnici delle opere nipponiche.

 

Ovviamente ci sono delle eccezioni, ma il più delle volte il passaggio dal manga o dall'anime al film con attori in carne e ossa destinato al grande schermo risulta un vero fallimento. Penso a Saikano o a Devilman, per citare alcuni titoli recenti. Come mai i giapponesi non sono in grado di trasporre al cinema quelli che sono stati i loro successi su carta o televisivi?

 Il mondo degli anime si trova ora in una recessione. Si pensi al caso di Perfect Blue di Satoshi Kon. Perfect Blue era pensato in origine con un B-movie in carne e ossa, un film a basso budget, che, a causa del terremoto di Kobe e dei fondi che venivano sempre a diminuire, è stato trasformato da film live di serie B ad anime di serie A. Il problema è che un live-action film costa molto di più di un buon anime. Inoltre bisogna considerare che molti prodotti d'animazione, anche lo stesso Devilman, erano prodotti destinati per lo più all'infanzia e per tali ragioni erano realizzati volutamente in una certa maniera, abbastanza stravagante e “camp”. Cosa che, per trasportarlo dal vivo, costerebbe moltissimo denaro con risultati non certo esaltanti. Discorso diverso per i videogiochi, come Resident Evil che fin da subito ha avuto un successo su larga scala e creato un franchise in cui, per motivi naturali, si sono inseriti gli adattamenti cinematografici realizzati in Usa.

 

In Italia assistiamo a una situazione abbastanza paradossale con le case editrici giapponesi molto rigorose per quanto riguarda il processo di adattamento di un manga per il nostro mercato, mentre le case di produzione di animazione non hanno lo stesso rigore nei riguardi dei tagli e delle censure che tutti gli anime subiscono quando vanno in onda sulla televisione generalista. Avviene lo stesso anche in Gran Bretagna?

 Si, perché anche qui il mercato viene inteso prevalentemente destinato ai bambini, quindi ci sono delle regole che si devono seguire: non si possono mostrare persone che fumano, né nudità, né violenza palese. La violenza non deve essere imitabile. Si pensi a Paranoia Agent di Satoshi Kon che non potrebbe mai passare per un canale generalista. Quando vendono una serie all'estero, le case di produzione, comunque, è come se abbandonassero il loro prodotto, non interessandosene più. Anzi, se scoprono che attraverso alcuni tagli, effettuati dai distributori o dai detentori dei diritti, è possibile avere più mercato e guadagnare più soldi, ne sono felici. Inoltre il controllo non è così forte da parte loro anche per motivi linguistici: difficilmente un produttore giapponese andrà a seguire una serie così come adattata per il mercato britannico o italiano e se lo facesse ancor più difficilmente noterebbe tutti i cambiamenti. In questo contesto l'eccezione è Miyazaki. Si pensi a Nausicaa e a quello che successe con il mercato nordamericano. Nausicaa fu venduto per gli Stati Uniti e quindi riedito in un'edizione davvero scadente con il titolo Warriors of the Wind. Questa versione prevedeva interventi massicci nel montaggio, tagli per quasi trenta minuti, cambiamento di nomi e di ruoli nei personaggi. Miyazaki si arrabbiò molto per come era stata trattata e trasformata la sua pellicola e da quel momento impose a tutti i distributori internazionali clausole ferree di non intervento alcuno sul montaggio delle future opere dello Studio Ghibli.

 

Un domanda scontata, ma d'obbligo. Quali tre nomi indicherebbe per il mondo del manga e per quello dell'animazione giapponese?

 Tre nomi solo? Per il manga direi Hirokane Kenshi e Saimon Fumi, marito e moglie, e, ovviamente, Tezuka Osamu. Hirokane fa manga per “salarymen”, mentre Saimon Fumi per “office lady”, due figure di lavoratori ben radicate nella società giapponese. Realizzano entrambi storie molto semplici, che parlano della quotidianità. Uno dei miei lavori preferiti è sicuramente Tasogare Ryūseigun di Hirokane, in inglese Like Shooting Stars in the Twilight. Anche Saimon Fumi con Tokyo Love Story pone così tanti interrogativi sulla quotidianità della vita giapponese, come ad esempio sulla famiglia, che appare davvero interessante notare come il manga non sia stato mai adattato in anime quanto direttamente in dorama, in serie televisiva con attori in carne e ossa, nel 1991, con grande successo sia di pubblico che di critica. Nonostante le loro opere siano state difficilmente adattate e tradotte all'estero, i due rappresentano sicuramente una delle coppie più influenti per l'immaginario moderno giapponese. Per il mondo dell'animazione, prendendo in considerazione solo quelli ancora in attività, sicuramente Miyazaki e Takahata Isao, sempre dello Studio Ghibli, Satoshi Kon, morto da poco, e quindi tutti gli altri. La scomparsa di Satoshi e l'imminente ritiro di Miyazaki e Takahata stanno conducendo a un momento di grande smarrimento nell'industria d'animazione giapponese. Questo anche perché, se chiedi a qualcuno quali sono i suoi anime preferiti, l'ottanta per cento della lista sarà composta da opere di questi tre autori, magari con qualche piccolo innesto dei fan di Oshii o di Otomo. Di base questi tre artisti hanno così caratterizzato e influenzato il mercato che ora appare difficile trovare qualcuno che possa prenderne il posto. Avrebbe potuto essere Kondo Yoshifumi, che diresse Whisper of the Heart, sempre dello Studio Ghibli, ma purtroppo è morto. Potrebbe esserlo Hosoda Mamoru, che fino a ora ha fatto un paio di film come The Girl who Leapt throught the Time o Summer Wars. Un'altra persona chiave potrebbe essere Shinkai Makoto, il regista di Voices of a Distant Star e The Place Promised in Our Early Days. Shinkai è sicuramente una figura chiave attualmente, perché ha cambiato radicalmente il modo di produrre e creare anime. Non aveva uno studio alle spalle, aveva solo un computer a casa sua e ha realizzato uno dei migliori prodotti degli ultimi dieci anni, Voices of a Distant Star. Rimane comunque la paura per l'uscita dalle scene dei tre più grandi registi di animazione dei passati decenni.

 

Quanto importante è stata la tradizione dell'animazione europea nello sviluppo di quella giapponese?

 Certo, c'è stata sicuramente un'influenza reciproca. Penso ovviamente, ad esempio, alla collaborazione tra Marco Pagot e Miyazaki per Sherlock Hound, prodotto da Rai e Tokyo Movie Shinsha. Ma c'è da dire che un rapporto simile a quello che si aveva con l'Italia esisteva anche con la Francia. Vi sono stati progetti e collaborazioni per serie d'animazione tra compagnie giapponesi e francesi. Ricordo un episodio in cui la casa produttrice francese cancellò dai credits i nomi di collaboratori giapponesi. Ovviamente questi non ne furono molto contenti. Tuttavia ora come ora secondo alcuni addetti ai lavori giapponesi il futuro degli anime, anzi dell'animazione, non è più solo in Giappone, ma anzi i soldi per le produzioni devono venire anche da altri paesi, Italia, Francia, Germania, Usa, in maniera tale da allargare il mercato e le possibilità. Sì, secondo alcuni questo è il futuro dell'animazione.

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