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Intervista a Eric Sasono

Monday, 20 June 2011 11:44 Armando Rotondi Interviste - Altro
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eric_sasonoDopo una breve carriera come sceneggiatore e filmmaker, Eric Sasono è diventato uno dei principali critici cinematografici in Indonesia, co-curatore del portale RumahFilm.org e autore di volumi sul cinema asiatico. È inoltre membro di comitati scientifici e organizzativi sia in patria che all’estero, come a Hong Kong, a dimostrazione del prestigio di cui gode nell’ambito della critica cinematografica orientale.

 

Prima di diventare uno dei più influenti critici cinematografici in Indonesia, ha iniziato la sua carriera come sceneggiatore, lavorando sul copione di Brownies, e quindi con un progetto di cui era anche regista, il corto 4 SISI. Ci può raccontare qualcosa di queste due esperienze?
Sicuro. Come chiunque altro nel paese durante quei giorni, il 2003 per la precisione, anche io volevo diventare un
filmmaker. Era il sogno di tutti. Ho iniziato stringendo amicizie con alcune persone che lavoravano attivamente in quell’ambito ed essi, come me, stavano iniziando piano piano a entrare nell’industria cinematografica. Quando uno del nostro gruppo ebbe l’incarico di scrivere e dirigere un lungometraggio di consumo, ci coinvolse.
Hanung Bramantyo, Salman Aristo e io stesso lavorammo insieme al progetto
Brownies. Fu un’esperienza fantastica. Compresi che lavorare su una sceneggiatura cinematografica da un lato è come lavorare con i Lego – dove devi tenere presente la struttura con grande attenzione –, ma allo stesso tempo devi anche lasciare che le cose vadano da sé. Ripensando ora a questa esperienza, credo che il lavorare su una sceneggiatura mi abbia dato coscienza di come un filmmaker concepisce il mondo interiore che si cela dietro i suoi personaggi.
L’esperienza registica di
4 Sisi fu ancora più grande per quanto riguarda la comprensione del senso di assolutezza che un filmmaker vorrebbe costruire. Ciò che amo di 4 Sisi è che il film fu proiettato al Shortshort Film Festival di Tokyo nel 2005 e io andai a Tokyo ad accompagnare la mia pellicola. Durante il festival ho dovuto rispondere a domande provenienti da un pubblico che possedeva un background culturale totalmente differente dal mio. Ho dovuto anche spiegare concetti per me basilari che crediamo che “tutti possano comprendere”, e ho capito che, quando si parla di culture, non ci sono veramente cose che “tutti possono comprendere”. Fu una grande esperienza, specialmente perché mi ha insegnato a spiegare concetti base della nostra cultura.

Dopo questa parentesi iniziale ha deciso di dedicarsi completamente alla critica cinematografica. Come è avvenuto questo passaggio dal cinema “attivo” alla critica?
Quando ho riguardato il mio fil
m, ho avuto l’impressione che come filmmaker non fossi talentuoso. Ritenevo veramente difficile per me materializzare i progetti in pellicole. D’altro canto, avevo iniziato a scrivere recensioni cinematografiche per molti siti internet e blog finché un giorno inviai un articolo a una competizione e vinsi il primo premio. Era il 2005, il momento in cui decisi che forse sarebbe stato meglio essere un critico che un cineasta. In seguito ho vinto altri due premi nel 2006 e nel 2007.

Lei è tra i fondatori e curatori di RumaFilm.org, principale portale indonesiano di cultura cinematografica. Come ha origine questo progetto?
Un mio amico ha dato il via al tutto. Aveva ricevuto una borsa per trascorrere un anno in Giappone e in Tailandia e, una volta tornato a Jakarta nel 2007, ha inaugurato il progetto coinvolgendoci in cinque, tutti con già una buona reputazione di critici cinematografici. In realtà siamo amici dai tempi dell’università, quando partecipavamo attivamente ai lavori di vari gruppi di studio. Essere insieme in RumahFilm.org è come un’estensione dei nostri interessi in quegli stessi gruppi.

Spostiamoci ora sul cinema indonesiano. Dal punto di vista cinematografico, l’Indonesia ha una lunga storia, ma ha anche molte difficoltà a raggiungere il pubblico internazionale, rispetto ad altre cinematografie asiatiche, come quella coreana o di Hong Kong. Qual è la causa secondo lei?
È vero. Ha una lunga storia, ma i cineasti indonesiani preferiscono raggiungere il pubblico locale che produrre opera dal sapore internazionale. Come ho detto prima riguardo le nozioni culturali che compaiono nelle pellicole, la maggior parte dei film indonesiani è piena di immagini e di idiomi “inspiegabili”, che potrebbero “perdersi nella traduzione”. Questo è l’ostacolo più grande che affronta il cinema indonesiano nell’aprirsi verso un più ampio mercato internazionale. 

Com’è cambiato il cinema indonesiano dal regime di Suharto alla reformasi?
Ipoteticamente avrebbe dovuto cambiare molto poiché la gente è libera di esprimere il proprio punto di vista. Questa libertà può essere percepita nel processo stesso di fare film. Con Suharto invece, c’era una vera e propria barriera da parte dei vecchi autori nei confronti degli aspiranti registi. Imponevano restrizioni e avevano grande influenza sulla nuove leve. Queste restrizioni non ci sono più. E questo è un primo cambiamento.
Ma, d’altra parte, esiste ancora l’ufficio della censura, il Lembaga Sensor Film (LSF), e posso affermare che una forma di controllo sui contenuti ancora persiste. Il LSF lavora basandosi sui criteri di censura sviluppati durante il regime di Suharto con lo scopo di controllare il contenuto della pellicola. Così facendo, i registi non possono criticare il governo. Credo che, da questo punto di vista, il cinema indonesiano non sia cambiato.
Non percepisco nessun vero cambiamento di una certa importanza nel rapporto che il cinema ha con l’autorità. Il numero di pellicole che hanno un forte connotato politico o sociale è relativamente basso. Forse la situazione si presenta un po’ cambiata oggi, nel 2010 e 2011, ma in passato c’erano solo pochi elementi politici o sociali nei film, in misura addirittura minore di quanto avveniva durante il governo di Suharto. Riconosco che si tratta di un cambiamento culturale da parte degli autori che preferiscono catturare il pubblico con l’intrattenimento invece che con discorsi politici o sociali. 

Qual è, secondo lei, l’elemento chiave del recente cinema indonesiano?
Per dirne uno, credo che l’elemento chiave sia il poco sostegno dato all’industria cinematografica. I cineasti sono costretti a lavorare senza nessun supporto di una certa rilevanza da parte del governo. La maggior parte dei registi opera in un’industria di piccola scala, cercando di attrarre fondi da partner commerciali, pubblicitari e stranieri. Questo ha fatto loro credere che il sostegno del governo debba essere ora limitato, poiché gran parte dell’intervento pubblico è finalizzato a mettere veri e propri “paletti” alle produzioni. Tale situazione, tuttavia, ha reso i registi e i produttori dipendenti dal pubblico e dagli incassi, con la conseguenza che il loro approccio ai film guarda in primo luogo al fattore popolare e commerciale. I registi di successo tendono a fare film riutilizzando formule collaudate verso il pubblico. A mio avviso, quindi, nel cinema indonesiano recente manca una svolta davvero innovativa dal punto di vista estetico

Lei ha esperienza anche come membro di comitati e di film board in Indonesia e all’estero, come a Hong Kong. Quali sono le prospettive per il cinema indonesiano? Quali autori indica come i più interessanti per il pubblico internazionale?
I film indonesiano sono prevalentemente prodotti per il mercato domestico e considerati deboli dal punto di vista sia narrativo che dei contenuti per il mercato internazionale. La maggior parte delle pellicole indonesiane viene considerata come un insieme di bellissime immagini con storie troppo localizzate e per questo poco appetibili e comprensibili dai distributori stranieri. Per tale ragioni alcuni organizzatori di festival stranieri che vogliono tentare con pellicole indonesiane si lanciano in viaggi in Indonesia per poter meglio capirne la produzione, altrimenti rischierebbero davvero di ritrovarsi “spaesati” all’interno delle storie raccontate. In tal modo, alcuni lavori possono essere visti in kermesse internazionali, nonostante pochi possano poi godere anche di un’effettiva distribuzione.
Il più “richiesto” dal pubblico internazionale, in particolare nei festival, è Garin Nugroho. I suoi film sono stati proiettati in molte manifestazioni e hanno ottenuto anche significativi risultati. Tuttavia, i lavori di Garin non sono così popolari tra gli spettatori indonesiani. Un altro regista degno di nota è Edwin. Ha girato un film, Blind Pig Who Wants to Fly, con un appeal abbastanza forte per il pubblico straniero e per gli organzizatori di festival. Un altro nome che credo possa attrarre il pubblico internazionale è Joko Anwar. È autore di pellicole con un taglio abbastanza popolare-commerciale e tematiche universali. Ma soprattutto Joko è un regista che non si è mai sforzato troppo per calare i suoi film in un contesto locale. Credo che per le sue capacità di regista, Joko Anwar sarà uno dei nomi che il mondo cinematografico prenderà in considerazione nel prossimo futuro.

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