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Intervista a Kim Dong-ho

Tuesday, 15 November 2011 16:20 Giuseppe Sedia Interviste - Altro
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kim_dong-hoLa seguente intervista a Kim Dong-ho si è svolta a Cracovia, in occasione della quarta edizione dell’Off Plus Camera Film Festival, dove l’ex direttore del Busan International Film Festival è stato invitato a partecipare come giurato.

 

Come è nato il Busan International Film Festival?
Il BIFF è stato fondato nel 1996 quando il nostro cinema era ancora un perfetto sconosciuto all’estero. Capisco che può sembrare strano, ma nessuno prima di noi era riuscito a organizzare un festival cinematografico in Corea del Sud. Da due anni ricopro l’incarico di direttore onorario della rassegna.

Perché ha deciso di farsi da parte?
Ho presieduto all’organizzazione del festival per ben quindici anni. Ho capito che era arrivato il momento di promuovere un ricambio generazionale. Il testimone è passato a Lee Yong-kwan, di professione critico cinematografico. Una scelta all’insegna della continuità, considerando che Lee ha preso parte all’organizzazione della prima edizione. 

Cosa vi ha spinto a mettere in piedi il BIFF?
Il BIFF non è stato creato con lo scopo di colmare un’assenza nella vita culturale del paese. Non è stata neanche una scelta politica, se non quella di promuovere una ”politica delle scoperte” delle migliori produzioni e dei registi emergenti in Asia. Da questo punto di vista, i nostri obiettivi sono gli stessi di sempre.

Ci può parlare del Busan Promotion Plan?
Il BPP (rinominato Asian Project Market nel 2011 ndr) è una una piattaforma di incontro tra registi e produttori. Ogni anno scegliamo una trentina di progetti in fase di pre-produzione, e li presentiamo a potenziali finanziatori o co-produttori. Dal 2006 ci siamo anche aperti alle produzioni non asiatiche, e ai progetti più commerciali del nostro continente.

Quali sono i fattori che hanno contribuito all’exploit internazionale del cinema sudcoreano nell’ultimo decennio?
A partire dal 1998, il cinema coreano ha ottenuto un numero sempre maggiore di riconoscimenti all’estero. Le prime pellicole di Kim Ki-duk, Lee Chang-dong, Hong Sang-soo hanno dato al nostro cinema una visibilità per noi insperata all’estero. Un successo capillare costruito attraverso una presenza costante nei “festival minori”, quando le nostre partecipazioni a Cannes, Berlino o Venezia si contavano ancora sulle dita della mano. 

Su quali meccanismi di finanziamento può contare la vostra industria cinematografica a livello locale?
Prima veniva praticata soltanto una politica di compensazione per le pellicole che avevano ottenuto un buon riscontro da parte del pubblico o della critica. Alla fine degli anni ottanta ne hanno beneficiato film quali Come Come Come Upward di Im Kwon-taek e Perché Bodhy Dharma è partito per l'oriente di Bae Yong-kyun, premiato con un Pardo d’Oro a Locarno nel 1989. 

Cosa è cambiato da allora?
Anche da questo punto di vista la svolta è arrivata piuttosto tardi. Il Korean Film Council ha cominciato a finanziare in modo significativo le nostre produzioni soltanto a partire dal 1999. E i benefici si sono fatti sentire subito. 

Quali sono le ultime tendenze del cinema asiatico su un piano produttivo?
Bollywood non perde colpi. In termini di numeri, il cinema della Repubblica Popolare Cinese non può certo competere con quello hindi. Eppure, la Cina ha tutto il potenziale per diventare il fratello maggiore delle altre cinematografie della regione, il partner di riferimento nelle co-produzioni tra i paesi del sud-est asiatico. 

Una volta Jean-Michel Frodon ha parlato della differenza tra “festival” e “showcase” per distinguere Cannes o Venezia da Toronto, dove l’aspetto fieristico prevale sullo sforzo culturale. Dove si colloca il BIFF da questa prospettiva?
Il BIFF è allo stesso tempo entrambi. Da buoni organizzatori di fiere proiettiamo ogni anno più di 300 pellicole, ma allo stesso tempo cerchiamo di mantenere alta la competizione, anche attraverso una programmazione culturale attento agli ultimi sviluppi del cinema asiatico. Devo tuttavia riconoscere che preferisco utilizzare il termine “festival” nel caso di Busan. 

Henri Langlois, a suo modo, faceva cinema. Secondo lei si può parlare di politica degli autori in riferimento all’attività di alcuni direttori di festival o di altre istituzioni cinematografiche?
È vero, le scelte artistiche in un festival riflettono spesso i gusti di chi li organizza. Eppure, questa mi sembra una idea rischiosa. Il cinema lo fanno i registi, non di certo i direttori di festival. Mi sono confrontato spesso con alcuni ex-colleghi al timone di altre rassegne. Posso dire che al di là di ogni inclinazione personale i nostri obiettivi e ambizioni non sono poi tanto diversi tra loro.

Cosa ne pensa del fenomeno dei cineasti-direttori di festival? In Italia per esempio Nanni Moretti e Gianni Amelio hanno organizzato il Torino Film Festival.
Personalmente, non ho mai lavorato né dietro né tantomeno davanti alla macchina da presa. Per la nostra categoria non esiste nessuna formazione specifica. In tal senso, un percorso accademico non garantisce nessuna riuscita. Ci sono buoni registi, così come buoni direttori di festival. A volte le due figure possono coincidere nella stessa persona.

 

Cracovia, 17 aprile 2011



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