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Intervista a Yan Chun Su

Saturday, 20 April 2013 10:02 Armando Rotondi Interviste - Cinema
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yan_chun_suYan Chun Su è un'apprezzata documentarista cinese. Prima di intraprendere la carriera di regista ha lavorato negli Stati Uniti come ingegnere informatico e, quindi, ha iniziato a viaggiare per il mondo, come fotografa, toccando la Patagonia, l'Amazzonia, l'Artico, la Mongolia e alcune tra le più isolate zone della Cina del sud-est asiatico. Nel 2006 realizza il suo primo film Sega, African School Dream, andato in onda per Current Tv, e realizzato in un piccolo villaggio del Ghana. Da sempre interessata alle questioni delle minoranze etniche in Cina e dagli sconvolgimenti che i cambiamenti nei vari ecosistemi, dovuti all'agire dell'uomo, hanno sugli stili di vita delle popolazioni locali, realizza nel 2010 il documentario Treasure of the Lisu, lavorando come one-woman crew. Il lavoro, un ritratto intimo di uno degli ultimi portatori tradizionali di etnia Lisu a confronto con i lavori che mettono in pericolo il fiume Saluen, è stato presentato in diversi festival internazionali di documentari etnografici e antropologici, tra cui, recentemente, IntimaLente – Festival di Film Etnografici (Caserta, 6-9 dicembre 2012, http://www.intimatelensfestival.com).

 

Lei ha mosso i primi passi nel cinema documentario come autodidatta, provenendo originariamente da un altro ambito lavorativo. Ci vuole dire qualcosa in più su queste prime esperienze cinematografiche?
Ho sempre amato fare fotografie, sin da quando ho memoria. Per questo, dopo aver lavorato per alcuni anni come ingegnere a tempo pieno, mi sono presa del tempo per poter viaggiare e, in quell'occasione, ho sentito la necessità di realizzare alcuni filmati, oltre a scattare foto. In seguito, conobbi un regista di documentari che, all'epoca, stava lavorando a una serie per Public Broadcasting Service (PBS). Così ho iniziato a dargli una mano sul campo. Lui dormiva di giorno e lavorava di notte, e, quindi, io avevo la possibilità di continuare a essere un ingegnere durante la giornata, mentre passavo le notti a guardarlo montare i video. Molto velocemente, ne ho colto la magia e ho compreso lo portentosa abilità che i bravi documentaristi hanno nel raccontare storie. Ero determinata a imparare in qualunque modo. Guardavo molti film, osservavo le tecniche di montaggio, e anche la mia passata esperienza con la macchina fotografica mi è stata d'aiuto. Sono stata molto fortunata ad aver incontrato così tanti maestri sul mio percorso.

Perché ha deciso di essere una regista di film documentari?
All'inizio pensavo semplicemente che essere una documentarista fosse un modo piacevole per viaggiare. Sicuramente meglio che essere un semplice turista. Girare per diversi luoghi e incontrare le persone giuste da filmare è meraviglioso, e ora sono quasi assuefatta da questa fase di ricerca. Come una persona sbadata che è interessata a troppe cose, trovo che il fare documentari sia un buon modo per soddisfare la propria curiosità e sperimentare diversi stili di vita.

Come documentarista, ci sono antropologi, etnologi o registi che sono stati fonte di ispirazione?
Sì, davvero moltissimi autori, sia di documentari che di film di finzione, mi hanno ispirata e continuano a farlo. Albert Maysles, Chris Marker, Agnès Varda, Les Blank sono soltanto alcuni tra questi. Sarò sempre grata per la loro generosità e per l'ispirazione che mi hanno dato

Quando prepara e realizza un nuovo film, qual è il suo modus operandi? Quanto è importante la fase preparativa di ricerca prime delle riprese? Prepara una vera e propria sceneggiatura o costruisce il film poco per volta?
Devo avere per prima cosa un'idea che mi intrighi così tanto che non possa lasciarla andare via finché non l'ho “esplorata”. Queste idee possono avere diverse origini: alcune mi possono venire leggendo, altre da incontri fortuiti, altre ancora senza una ragione ben precisa. Mi piacciono le persone che vivono a stretto contatto con il loro ambiente e questo è l'aspetto che prediligo analizzare. Poi vado in giro a esplorare e vedo dove il destino mi porta e chi io possa incontrare. Una volta che sento di aver trovato il luogo adatto e le persone con le quali voglio lavorare, inizio a ragionare su come possa realizzare la mia idea e a creare la storia. Non lavoro realmente con una sceneggiatura, ma ho delle idee che voglio catturare prima di iniziare a filmare.

Treasure of the Lisu racconta la storia di uno degli ultimi portatori tradizionali rimasti di etnia Lisu, in un remoto villaggio di montagna del sud-ovest della Cina, non lontano dall'altopiano tibetano. Come è nata l'idea di questo progetto?
Alcuni anni fa, stavo facendo escursionismo in quell'area e mi sono sentita davvero in sintonia con il posto e con le persone. Lo scenario è incredibile e la varietà di persone che vi vivono è estremamente affascinante. Mentre ero lì, ho saputo che il governo cinese aveva pianificato di costruire una gigantesca serie di dighe – più o meno come la diga della Tre Gole – sul fiume Saluen che si origina in Tibet e scorre attraverso la Cina, la Birmania e la Thailandia. Ero spaventata che questi villaggi lungo la riva del fiume, ancora remoti e isolati, subissero grandi cambiamenti che avrebbero alterato l'ecosistema del luogo e lo stile di vita della popolazione. Così mi sono sentita in obbligo di “registrare” almeno una piccola parte di quanto c'è lì. Grazie ad alcune fortunate coincidenze, ho incontrato Ah-Cheng, il musicista in Treasure of the Lisu, e il progetto ha avuto inizio.

Lei ha realizzato molti documentari che sono focalizzati sulla cultura tibetana. Qual è, nella sua opinione, l'atteggiamento del cinema cinese riguardo tematiche inerenti il Tibet?
Non ci sono davvero abbastanza film sul Tibet all'interno della produzione cinese. I pochi che vedono la luce sembrano utilizzare lo “scenario” tibetano e la sua mistica storia solo per attrarre visitatori, piuttosto che raccontare persone e storie. È un argomento molto sensibile politicamente, e quindi sono sicura che molti vincoli creativi sono imposti ai filmmakers cinesi quando si vogliono occupare di Tibet.

Lei ha lavorato, sia come documentarista che come fotografa, in Cina, in altri paesi asiatici, negli Stati Uniti, in Sud America e anche in Africa. Quali sono le sfide che ha affrontato nel lavorare in queste realtà così diverse?
É sempre una sfida conquistare la fiducia delle persone con cui si va a lavorare, non ha importanza dove. I cinesi sono generalmente più timidi e si impiega più tempo perché le persone si sentano a proprio agio con la mia presenza.

 Qual è, nella sua opinione, lo scopo principale di un documentario antropologico?
Non ne sono molto sicura. Ho sempre la speranza che i documentari antropologici ed etnografici possano portare le persone presenti nel film ad essere più vicine a quelli che le osservano, piuttosto che realizzare una pura e semplice ricerca o creare qualcosa di buon valore estetico, ma distante.

Ci potrebbe dire qualcosa sui suoi prossimi progetti?
Il film su cui sto lavorando ora riguarda la desertificazione nella parte est dell'altopiano del Tibet e come i pastori nomadi locali vivano a seguito di questo cambiamento ecologico. Se dovesse interessare, si può anche finanziare direttamente il progetto, donando a questo sito: http://www.wmm.com/filmmakers/sponsored_projects.aspx?cmd=ae&id=1#1967

Ha mai pensato di realizzare un film di finzione?
Nel profondo della mia mente, sì. Ho un paio di idee che possono essere realizzate solo come un film di finzione. Ma per ora sono più interessata aesplorare la realtà che perseguire l'idea di girare fiction.

Che suggerimenti può dare a chi vuole diventare regista di documentari?
In realtà mi considero anche io abbastanza “nuova” come documentarista. Quindi non so quanto possano essere utili i miei consigli. Posso dire che se v'è qualcosa che vi appassiona e lo volete esprimere attraverso il documentario, una qualche visione nella vostra mente che sentite il bisogno di vedere realizzata, allora andate avanti e cominciate a lavorarci su. Non potrete mai sentirvi pronti al 100%. Cominciate poco alla volta e imparate strada facendo. E quando girate il film, siate sinceri con voi stessi e con i personaggi del vostro lavoro. Avere pronto il film che volete è solo una parte dell'esperienza di un documentarista: le persone che volete coinvolgere nelle riprese e che volete filmare, il vostro rapporto con loro, la vostra sensibilità, tutto merita considerazione ben prima che iniziate le riprese vere e proprie.

Per maggiori informazioni sui film di Yan Chun Su si possono visitare i siti:
http://www.waterdropfilms.com/
http://www.der.org/films/filmmakers/yan-chun-su.html

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