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Intervista a Yamashita Nobuhiro

Thursday, 24 April 2014 18:21 Giampiero Raganelli Interviste - Cinema
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yamashita nobuhiroYamashita Nobuhiro si è fatto conoscere per quello che è ormai un cult, Linda Linda Linda, film del 2005. La sua carriera di regista comprende già 19 titoli. Con il suo ultimo lavoro, Tamako in Moratorium, riprende la dimensione intimista dei suoi primi film. Racconta di una ragazza apatica, Tamako, ai limiti dell’hikikomori. Abbiamo incontrato il regista durante la 43° edizione dell’International Film Festival di Rotterdam, dove il film è stato presentato.

 

Chi è e cosa rappresenta Tamako per te? Che tipo di personaggio, che tipo di ragazza volevi rappresentare?
In una parola lei sembra kawaii (carina). A me piace che sia un film nel quale questa ragazza è seguita per un anno intero e puoi comunque dire di lei “sembra carina”.

Ci puoi dire qualcosa sui problemi della ragazza? Da dove deriva la sua apatia?
A dir la verità il film non voleva concentrarsi sul mostrare dei problemi, fin dall’inizio non era quella la mia intenzione. Volevo invece mostrare qualcos’altro. In Giappone ora, o comunque di recente, a partire dalla tragedia di tre anni fa c’è un sentimento diffuso di inquietudine, e un certo disagio che provano molte persone e non viene molto espresso esplicitamente se non da parte di altri artisti. Ho pensato molto a questi problemi, ma non è di essi che volevo parlare col mio film. Con essi mostro dei momenti di pace perché è quello che io vorrei vedere ed è così che mi sentivo mentre giravo il film.

Perché Tamako dice che il Giappone è senza speranza? E tu pensi che il Giappone sia senza speranza?
Se qualcuno così senza speranze come Tamako dice che il paese intero è senza speranza allora deve essere vero, ed è così che mi sento a volte per esempio quando guardo i telegiornali, e credo che è quello che potrebbe venire da dire a molti Giapponesi che vedranno il film.

C’è un’insistita esibizione nel film del cibo, piatti, tavole apparecchiate. Puoi dirci qualcosa in merito?
Inizialmente non era in programma di dare una tale importanza al cibo; il progetto di lavoro originale era per una mini-serie tv, e, più nello specifico, un progetto che comprendesse questa attrice e che fosse sul tema delle stagioni. Ma, dato che nella cultura giapponese, come d’altronde in molte alter culture probabilmente,  il tipo di cibo cambia col cambiare delle stagioni si è arrivati ad esprimere il tema delle stagioni attraverso il cibo.

Nella cultura giapponese il cibo è rimasto culturalmente molto legato alle stagioni. E il tema del susseguirsi delle stagioni, che sono poi le stagioni della vita, torna prepotentemente nel cinema basta pensare soltanto ai titoli dei film di Ozu. C’è un’analoga concezione nel tuo film all’alternarsi delle stagioni che pure metti in evidenza?
A dir la verità, fino a prima di girare questo film di Ozu avevo visto solo Tokyo monogatari, e quando ho finito di girare questo qualcuno mi ha detto che assomigliava a Tarda primavera dunque me lo sono guardato e ho scoperto che i due film trattano temi simili.

La fine del film combacia con la fine dell’estate. Per quale motivo?
Per questo la ragione è in verità molto pratica, dato che questo progetto è partito nell’estate del 2012 e abbiamo iniziato a girare in autunno ed era la fine dell’estate quando siamo arrivati alla fine delle riprese. Scusami se sono così pratico.

Alla fine del film, alla fine dell’estate, si presume che Tamako torni a vivere da sua madre a Tokyo. Quanto è importante per il film, e per il personaggio di Tamako, la dimensione della piccola città in cui è ambientato?
Io stesso ora vivo a Tokyo, ma vengo da una piccola città, per cui vedo Tokyo dalla prospettiva di un outsider. È la storia di una ragazza che torna da Tokyo in una piccola città ed essendo un’esperienza vicina alla mia ha reso la creazione di questo film più facile che per esempio girare un film su una storia con un’ambientazione che non conosco. Per cui, se anche ora vivo a Tokyo, non sono diventato un ‘tokyota’ per cui la prospettiva di una persona che viene da fuori Tokyo è più adatta a me.

Quali sono le differenze tra le ragazze protagoniste di Linda Linda Linda e Tamako? Le prime erano spensierate, riuscivano a far fronte a una prova come il concerto di fine anno senza particolari ansie. Tamako è invece un’adolescente tormentata. Perché questa differenza nella caratterizzazione di personaggi della stessa età?
A dire la verità, credo che le ragazze in Linda Linda Linda e Tamako siano abbastanza simili. La differenza principale sta in me: quando ho fatto Linda Linda Linda avevo io stesso 28 anni per cui non ero molto distante dall’età dei personaggi e ho fatto di questo film una specie di celebrazione della gioventù, mentre ora ho 37 anni e, nonostante il film parli di una ragazza che ha più o meno la stessa età è diventato un film su un rapporto tra padre e figlia. Ma infine non credo che le protagoniste siano tanto diverse, lo sono solo le circostanze.

Vorrei chiederti qualcosa sulla presenza di cineasti amatoriali nei tuoi film. Già in Ramblers, uno dei tuoi primi lavori, protagonisti erano due aspiranti filmaker. Il tuo mockumentary Sono Otoko Kyobo nitsuki era ambientato sui set del cinema a luci rosse dove tu stesso interpretavi il ruolo di un regista con il tuo stesso nome. E all’inizio di Linda Linda Linda ci sono proprio i ragazzi del college che fanno interviste ai loro colleghi per un filmino. Perché questo interesse nell’atto di filmare?
È un po’ difficile da spiegare, ma trovo l’autoparodia divertente e facile da scrivere, inoltre usare quel tipo di personaggi mi ha consentito di esprimermi meglio e usare le mie esperienze, dato che, per esempio, anch’io ho partecipato al mockumentary come attore e faccio film da quando andavo alle superiori, iniziando in maniera non professionale. Inoltre quello che voglio fare è soprattutto intrattenere il pubblico e per me l’autoparodia è il modo più semplice e veloce per farlo.



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