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Intervista a Takeuchi Hideki

Friday, 25 July 2014 14:08 Giampiero Raganelli Interviste - Cinema
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intervista takeuchi hidekiDopo il successo del primo Thermae Romae, diventato già un cult e uscito in sala anche in Italia, Takeuchi Hideki sforna un nuovo capitolo della saga tratta dal popolare manga di Yamazaki Mari. Ritroviamo l’architetto di bagni termali Lucius e gli altri personaggi alle prese con i soliti scombinati viaggi spaziotemporali tra l’Antica Roma e il Giappone contemporaneo. Abbiamo incontrato il regista a Udine, nell’ambito del Far East Film Festival, per la presentazione di Thermae Romae II.

 

Ci può anzitutto dire quali motivi l’hanno indotta a realizzare un film dal manga di Yamazaki Mari?
L’opera originale era molto particolare perché prendeva in considerazione l’Antica Roma – parliamo di una realtà risalente a più di duemila anni fa – e anche il Giappone attuale e quelle che potevano essere le differenze, che in realtà sono davvero minime, tra le strutture delle terme delle due civiltà. All’interno di questo c’è il protagonista Lucius che supera uno spaziotempo di duemila anni, si ritrova in un contesto molto sviluppato per quanto riguarda le terme ma, anche se arriva duemila anni dopo, quasi non si accorge della differenza, tanto erano sviluppate quelle romane. Lui proviene dall’Antica Roma e si ritrova nei bagni pubblici di campagna in Giappone. C’è quindi questo divario tra i luoghi e questo intrecciarsi di tutti i divari che hanno colto la mia attenzione e fatto sì che volessi realizzarne una trasposizione cinematografica.

Ha lavorato anche nell’ottica di differenziarsi rispetto all’opera originale?
La storia segue il protagonista Lucius, e i suoi viaggi spaziotemporali, dunque è sempre la stessa. C’era l’elemento dello stupore da rendere, e nella trasposizione cinematografica abbiamo cercato di dare un’espressione abbastanza vivace, carica per quello che riguarda l’elemento della sorpresa nei momenti dei viaggi spaziotemporali. Il manga ha l’originalità del manga, mentre io ho cercato di far sì che il film abbia una sua originalità.

Visto che il manga è lunghissimo, è intenzionato a proseguire con altri sequel?
No, per il momento no.

C’è una diffusa tendenza in Giappone a cannibalizzare tutto, secondo un abituale percorso, prima il manga, poi l’anime e quindi il film live action. Con risultati spesso discutibili. Cosa ne pensa? Proseguirà a farlo nella sua carriera?
Sì, effettivamente è estremamente complicato riuscire a fare una buona trasposizione da un’opera originale. Io tratto sempre le opere originali come dei rivali, ma allo stesso tempo bisogna pensare a come viene recepito il film da chi ha letto l’opera originale. Ogni opera originale ha un suo bacino di utenza con tantissimi fan e ci sono dei punti in particolare, che cerco di enucleare, da cui non ci si può allontanare, che non si possono deformare perché non ci sarebbe una buona risposta da parte del suo pubblico. Per cui io ogni volta verifico quali siano questi elementi più acclamati, meglio accolti. Se invece si cerca di fare qualcosa semplicemente come riassunto, oppure si vuole viceversa esagerare con tutte le cose da prendere in considerazione per poi buttarle dentro senza nessuna razionalità, come succede spesso, alla fine si finisce per non rendere felici neanche i fan. Mi informo e faccio delle ricerche su quello che riguarda l’opera originale a tutto tondo, per poi potergli ridare vita.

Nel primo Thermae Romae sono stati utilizzati come set gli studios di Cinecittà. In questo caso invece la parte dell’Antica Roma è stata realizzata in Bulgaria. Ha rinunciato a girare a Roma perché ha utilizzato di più le tecnologie digitali? O per quale motivo?
Va detto che il film precedente è stato il risultato di una serie di combinazioni molto fortunate. In Giappone in quel periodo non era assolutamente possibile creare un film con ambientazione nell’Antica Roma per quello che riguarda gli attrezzi del periodo e i set veri e propri. Ma abbiamo avuto l’occasione di Cinecittà, dove c’era un set esistente della Roma antica, creato con la collaborazione della Bbc e dell’Hbo, e quindi siamo riusciti a superare tutti gli ostacoli iniziali grazie a questa fantastica possibilità. Nel primo alla fine avevamo ripreso tutti gli angoli, tutte le zone presenti in quel set di Cinecittà. E per il secondo volevamo creare delle immagini totalmente nuove e lì non era ormai più possibile. Abbiamo saputo che c’era la possibilità di andare invece in Bulgaria e utilizzare delle ambientazioni dell’Antica Roma che sono utilizzate per la serie televisiva Spartacus e quindi mi sono recato lì con il mio collaboratore Komaya Taku. Ci siamo resi conto delle dimensioni non particolarmente grandi, ma una parte poteva essere utilizzata per fare qualcosa di completamente nuovo. Non siamo tornati a Cinecittà proprio per aggiungere qualcosa di nuovo, che non fosse già stato visto e che non sembrasse una ripetizione. Se nel primo ci eravamo concentrati sull’elemento delle terme, stavolta ce ne siamo distanziati e abbiamo creato la scena dei gladiatori, la scena del Colosseo, e comunque scene di grande portata.

C’è una diffusa conoscenza in Giappone dell’Antica Roma? Fino a che punto fa parte della cultura collettiva?
Secondo me in passato non c’erano tanti giapponesi che nutrivano interesse per l’Antica Roma. Ma ora quelli che hanno avuto l’opportunità di guardare questo film si sono resi conto di quale civiltà avanzatissima fosse e molti hanno voluto approfondire questa antica cultura. C’è stato anche, che io sappia, un responso per quello che riguarda il turismo in Italia. Una volta i giapponesi che venivano a Roma si limitavano alle vacanze romane classiche, mentre adesso c’è la moda di andare ai Fori Imperiali, di estendere la vacanza a Ercolano e Pompei. Quindi anche il modo di conoscere l’Italia grazie a questo film si è ampliato.

Avete fatto delle ricerche storiche per la realizzazione del film?
Sì, più studiavo l’Antica Roma, più nella mia testa fluivano le immagini di questa grandissima civiltà di duemila anni fa. Mi rendevo conto come già all’epoca ci fosse una notevole civiltà che permetteva, per esempio, una grande mobilità. Esisteva poi, già ai quei tempi, addirittura una forma di tassa sul consumo, o un sistema di pronto soccorso rivolto ai bambini. E non si trattava assolutamente di una realtà faticosa, tutt’altro. Si trattava di un periodo in cui si poteva godere appieno la vita. Questo è quello che ho potuto capire grazie agli studi che fatto.

Thermae Romae a modo suo ripropone il cinema peplum, il genere classico dei kolossal storici con elementi scenografici imponenti, con gran dispiego di comparse. Lei se ne sente in qualche modo un continuatore?
Va detta una cosa: il mio film non è che volesse essere un kolossal, ricordiamoci che è una commedia. In quanto tale più che concentrarmi sull’elemento spettacolare volevo che si percepissero dei divari, delle disparità che poi avrebbero portato a strappare qualche sorriso in più. Noi ci trovavamo in una realtà di onsen, di bagni pubblici giapponesi di campagna, e ci divertivamo a buttare delle bamboline nell’acqua per farle girare, rotolare per le scene del passaggio temporale. Aggiungere scene da kolossal serviva da contrappunto, ed ha rappresentato per me una sfida di lusso. Più che l’elemento da kolossal, posso dire semplicemente che mi è stata data l’opportunità di fare delle scene che avevano una loro solennità e che sono servite allo scopo.

Che tipo di distribuzione ha avuto il film in Occidente?
Mentre in Asia è stato distribuito dappertutto, in Europa non ha avuto una grandissima distribuzione, solo a Malta, Francia, Inghilterra. Mi piacerebbe sapere in Italia in quante sale verrà programmato e come sarà accolto.

Era stato presentato al Far East e poi in alcune anteprime, all’interno di varie iniziative, a Milano e a Roma ed è diventato abbastanza un cult.
Non è che gli italiani si sono arrabbiati?

No di certo! Ha influito nel successo la scelta del’interprete Abe Hiroshi? Come è stata fatta?
Assolutamente sì. Il casting è stato fatto molto meticolosamente. Abbiamo creato una lista di tutti quanti gli attori che avessero tratti somatici facciali estremamente intensi e densi e all’interno di questi abbiamo fatto una short list in cui alla fine il vincitore è risultato Abe. Anche quando c’è stato da scegliere gli attori che avrebbero interpretato i membri della tribù dalla faccia piatta abbiamo scelto proprio quelli che avessero la faccia più piatta in assoluto, per creare un gap che fosse il più forte possibile. Addirittura Abe, quando gli è stato detto che avrebbe dovuto interpretare un antico romano, inizialmente aveva avuto anche un po’ di ansia e aveva pensato se magari non sarebbe stato necessario fare un makeup che ricordasse quello delle antiche opere teatrali di Shakespeare e altri. Invece gli ho detto: «No, guarda, già così come sei va bene». Viceversa il fatto di aver scelto della gente con la faccia totalmente piatta per la tribù, il fatto che adesso ci sono degli italiani che vedono questo film, che pensano che tutti quanti i giapponesi abbiano la faccia così piatta… questo sarebbe un problema. Nel senso che non siamo tutti quanti così, ci sono varie fisionomie.

Non avete mai ipotizzato invece di far interpretare tutti i personaggi dell’Antica Roma da veri attori occidentali?
No, non ci ho pensato fin dall’inizio per una ragione molto chiara: che non sarebbe stato interessante. Il fatto di avere il coraggio di asserire che un giapponese avrebbe fatto un antico romano era quello che dava spessore alla storia.

(Udine, 2 maggio 2014)


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