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Intervista a Miike Takashi

Tuesday, 29 July 2014 10:49 Giampiero Raganelli Interviste - Cinema
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miike takashi 1Ancora un’opera iperbolica e stravagante, The Mole Song: Undercover Agent Reiji, il nuovo film di Miike Takashi, tratto dal manga Mogura no Uta. Abbiamo incontrato il regista al Festival Internazionale del Film di Roma, dove il film è stato presentato in anteprima mondiale.

 

Ancora una volta lei traspone al cinema un manga. Nel suo cinema iperbolico, lei sembra riproporre l’universo dei manga con le sue regole, i personaggi indistruttibili, dai poteri fantastici, un mondo surreale. Ci può dire qualcosa in merito?
Mi piace raccontare storie impossibili perché i miei stessi film sono delle missioni impossibili. In Giappone per esempio non è possibile ottenere il permesso di girare una scena con un attore, peraltro popolarissimo, completamente nudo, legato su una macchina che sfreccia in una strada pubblica. Ho scelto però di non eliminare questa scena dalla sceneggiatura, anzi l’ho trovata come una sfida. Quando ci si trova in difficoltà vengono delle idee che non ci si sarebbe mai aspettati. Come i personaggi originali che cercano di superare l’impossibile, anche noi registi del film dobbiamo metterci in condizioni che sembrano impossibili da superare e poi alla fine riusciamo a trovare un’idea.

La scena del protagonista nudo sulla macchina è stata fatta quindi con effetti speciali. Mi può dire qualcosa invece in merito all’uso di inserti animati, anche in stop motion, nei suoi film, che intercalano le scene live action? Oltre che in questo suo ultimo lavoro c’erano anche nel suo precedente For Love's Sake, pure tratto da un manga, così come in una sua opera meno recente, The Happiness of the Katakuris.
Non posso negare l’influenza dell’animazione nella mia vita perché la mia generazione ne era completamente immersa. Quella di una volta, quando non c’era ancora quella in Cgi, ma quella dalle immagini disegnate a mano, una a una. Se apro la mia testa, metà del mio cervello è popolato di animazioni. Noi si viveva in un mondo d’animazione e, nel tempo rimanente, si andava a scuola. Tutto ciò esce fuori nel mio lavoro.

Cosa la ha spinta ad adattare il manga Mogura no Uta?
Io leggo fumetti nella mia vita però non per trovare qualche spunto, qualche ispirazione per creare film, ma come un atto naturale, così come leggo romanzi. Poi ti capita a un certo punto che un produttore ti telefona e ti dice: «Perché non facciamo un film basato su un manga, per esempio Mogura no Uta», e la mia prima reazione è «Ma non è possibile, come si può fare una cosa del genere? Sarà impossibile, magari rovineremmo anche l’immagine che hanno i fan di questo manga con un film con attori». Questo per dire che io vivo una vita normale, non alla ricerca di qualche spunto per fare cinema. Vivo nella realtà non allo scopo di fare film e poi quando mi capita qualche offerta allora per la prima volta ci lavoro con quello che io ho accumulato nella vita quotidiana. Si tratta di quell’irrealtà del quotidiano che poi si trova nel mio cinema.

Fin dai tempi di Ichi the Killer, lei si è fatto conoscere per quella violenza parossistica che permea quasi tutti i suoi film. Alcuni in Occidente l’hanno paragonata, per l’eccesso, per l’irriverenza, a Wakamatsu Koji; altri, per la voglia di trasgredire, al filone dei pinku eiga. Cosa ne pensa?
Ichi the Killer ha diviso completamente il giudizio del pubblico: o ti piace tantissimo o lo rifiuti completamente. E questo vale anche per Audition. Questa opera, distribuita in video, era destinata ai giovani che vivono in solitudine magari in zone di provincia. Non mi sarei mai immaginato che un giorno sarei stato invitato a un grande festival [a Rotterdam] a presentare Audition per un così grande pubblico. E però per me è stata un’esperienza molto interessante perché quasi la metà del pubblico se n’è andata prima della fine del film, alcuni sono proprio venuti da me a dirmi che sono malato. È stata un’esperienza scioccante, ma altrettante persone hanno visto il film fino alla fine e gli è piaciuto tantissimo. Questa esperienza mi ha fatto capire che io non devo fare un film che piaccia a tutti. Questo significherebbe tagliare, rinunciare a molte cose. Invece posso fare quello che voglio: alla fine, se non piace a tutti, va bene lo stesso. Ho anche capito che posso anche fallire, però l’importante è provarci. È stata un’esperienza molto utile. Per quanto riguarda i pinku, sicuramente il sesso è più bello farlo che vederlo fare, non mi ispira molto il porno. Per Wakamatsu però i pinku erano una scelta obbligata. Era un regista molto particolare, aveva una propria compagnia di produzione e cercava di trovare i fondi per fare i film da solo: inevitabilmente aveva un budget molto scarso. Se uno cerca di fare un film con pochissimi mezzi è praticamente costretto a utilizzare al massimo il corpo degli attori, tra le poche cose che ha a disposizione, senza tutti gli strumenti, tutte le scenografie. Inevitabilmente i suoi film sono incentrati sulla fisicità e, come risultato, vengono classificati come pinku. Ma lui ci metteva una forza straordinaria nelle sue opere. In questo ho tanta stima per lui.

Ancora tantissime scene d’azione in questo ultimo film, sia girate con stunt che in computer grafica. Com’è il rapporto con le nuove tecnologie? Farà ancora film in 3D dopo Hara-Kiri: Death of a Samurai?
La mia generazione, che è cresciuta con la tradizionale pellicola, ha qualche difficoltà, esitazione di fronte alla tecnologia digitale. Adesso che stiamo passando al digitale, molti cercano di marcare il proprio territorio, di difendere quello che abbiamo avuto finora. Sono poco disponibili a buttarsi nel nuovo mondo anzi tentano di erigere un muro. Però quando eravamo piccoli abbiamo avuto dei nuovi tipi di giocattoli ed eravamo così contenti. Per esempio io ho avuto un giocattolo che luccicava che prima non c’era, oppure una macchinetta che cammina con il telecomando. Come un bambino con un nuovo giocattolo, io mi voglio buttare nelle nuove tecnologie che ci permettono sicuramente più scelta. Per quanto riguarda il 3D, credo che tra vent’anni forse diventerà uno standard. Ma io credo che non debba per forza essere usato per ampliare effetti molto esagerati, ma anche per rappresentare delle scene molto normali, naturali. Sì, il 3D mi interessa e, ora che ci penso, credo che in 3D potrei anche girare qualche film porno.

Mi colpì una sua dichiarazione a Venezia, in occasione della presentazione di Thirteen Assassins. Lei disse che voleva mettere in evidenza, in un’epoca di pace come il periodo Edo, quella violenza che rimane latente, che, in assenza di guerra, deve sfociare in qualcos’altro. Io credo che questa sia un po’ la chiave di lettura di tutto il suo cinema, anche per quanto riguarda questo film. Conferma?
Quando si parlava di Thirteen Assassins non bisogna dimenticare che i personaggi  erano samurai, dei guerrieri. Il loro mestiere era combattere. Quando Tokugawa Ieyasu ha vinto la guerra e ha cercato di governare il Giappone non con la forza ma con la politica, questi samurai hanno perso la loro ragione di vita. I samurai che avevano trovato la propria strada, dovevano vivere quella loro vita fino in fondo. Quindi loro erano molto sinceri nell’istinto di combattimento che avevano in sé. Oggi non possiamo vivere come loro, non possiamo essere così sinceri. Ci sono nella vita quotidiana tanti momenti in cui magari uno pensa di risolvere un problema con la forza o con la violenza. Però non lo facciamo e mi domando se questo sia giusto oppure no: stare buoni, ma poco sinceri con se stessi. Questa è una domanda che mi pongo costantemente nella mia opera. Anche questo film, The Mole Song, i personaggi in un certo senso sono come i samurai di Thirteen Assassins perché sono così sinceri con se stessi e cercano di vivere fino in fondo come credono loro, con la propria convinzioni. In questo senso possiamo dire che c’è un’analogia.

(Roma, 15 novembre, 2013)


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