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Intervista a Ikeda Akira

Monday, 17 November 2014 10:38 Giampiero Raganelli Interviste - Cinema
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rotterdam 2014 ikeda akiraGrande successo a svariati festival internazionali, Pia, Vancouver e Rotterdam, Anatomy of a Paperclip è l’opera seconda del giovane filmmaker indipendente Ikeda Akira. Una storia grottesca, stilizzata, caricaturale, ambientata in un piccolo stabilimento dove si producono, a mano, graffette. Una metafora di una società alienata in cui non c’è più spazio per i rapporti umani. Abbiamo incontrato il regista durante l’International Film Festival Rotterdam 2014, accompagnato da due degli interpreti del film, Tomomatsu Sakae e Kato Kazutoshi.

Puoi dirci qualcosa sulla situazione generale del cinema indipendente oggi in Giappone, e su come hai prodotto questo film?
Ikeda Akira: Anzitutto, per quanto riguarda il mio film, è stato autofinanziato, coi miei soldi. Però non ho molti soldi quindi è stato abbastanza difficile, quindi se non ci fossero state certe persone nella film commission che mi hanno aiutato gratuitamente e altre persone, che amano molto il cinema, che pure mi hanno aiutato molto, sarebbe stato impossibile realizzare questo film.

Il Pia Film Festival, in cui il film è stato presentato, ha contribuito in qualche modo?
Ikeda Akira: No, questo festival ha dei premi in denaro, ma non per questo film.

L’idea del film è decisamente originale, una fabbrica di graffette confezionate a mano. Da dove sei partito?
Ikeda Akira: L’idea di base viene da storie popolari giapponesi, il tipo di storie che ogni bambino giapponese ascolta dai suoi genitori da piccolo. E in quelle storie accade spesso che un animale prende forma umana e interviene nelle vite delle persone, per poi tornare ad essere un animale. Quindi quella è stata l’idea di partenza per il film.

Da questo tipo di racconti del folklore arriva quindi la metamorfosi della farfalla, nel bozzolo? È corretto?
Ikeda Akira: Sì, uno dei temi principali è il cambiamento, i personaggi vanno incontro a dei cambiamenti durante il film. Ovviamente, se pensi al cambiamento, un grande simbolo per questo concetto è ovviamente il bruco che si trasforma in farfalla.

Perché producono graffette?
Ikeda Akira: La mia idea di partenza è stata che il film avrebbe dovuto svolgersi in una fabbrica. Avevo immaginato non una fabbrica dove le persone fanno delle cose con delle macchine, ma dove si lavora a mano, quindi è così che sono arrivato alle graffette.

La recitazione degli attori è molto strana, come se fossero in trance. Cosa hai chiesto agli attori per ottenere questo risultato?
Ikeda Akira: La mia istruzione principale agli attori è stata di sopprimere tutte le loro espressioni di emozione. Preferivo che fosse il pubblico a guardarli e a immaginare.
Tomomatsu Sakae: Certo, il modo di recitare che ci ha chiesto era diverso da quello che ci eravamo immaginati di dover fare. Ma dopo avere guardato il film finito ho capito come fosse adatto al mondo di questo film. Quindi quando stavamo girando non comprendevamo veramente perché dovessimo recitare in quella maniera, per esempio invece di camminare normalmente dovevamo mettere le mani un po’ in avanti e camminare in un altro modo e solo dopo avere visto il film finito ho capito lo scopo di questo tipo di recitazione e come ha funzionato.
Kato Kazutoshi: Anche per me. Ero abituato a esagerare le mie espressioni ed è stata la prima volta che ho lavorato con un regista che invece mi ha chiesto di trattenerle  il più possibile. Però dopo aver visto il film finito mi accorgo che mi sono contenuto un po’ di meno degli altri attori, sono comunque quello che fa più movimenti. Naturalmente è stato difficile trovare un equilibrio, perché se le espressioni e i movimenti sono totalmente soppressi, si perde la credibilità del personaggio. Quindi bisognava trovare un una via di mezzo tra recitare troppo e perdere il personaggio.

Il film trasmette un enorme senso di desolazione, di miseria umana.
Ikeda Akira: Se guardi i personaggi del film e il loro mondo, ti sembrerà un ambientazione irreale e artificiale. Ma se prendi i dialoghi tra i personaggi, per esempio quello dell’uomo del ristorante, puoi capire che non sono felici delle loro vite. In questo modo ho voluto enfatizzare che nella società reale giapponese, ci sono molte persone così.

Qual è il significato degli oggetti ricorrenti come la cravatta?
Ikeda Akira: Come ho già detto, molti dei personaggi vanno incontro a dei cambiamenti durante il film. In alcuni casi è una cosa evidente, come per esempio l’uomo del ristorante che cambia città, ma con il personaggio principale era più difficile mostrare questo cambiamento. Quindi il fatto che abbia per quasi tutto il film un’ingessatura attorno al collo e alla fine se la toglie per mettersi la cravatta datagli dalla ragazza serve a esprimere il cambiamento.

Questo è il tuo secondo film, puoi raccontarci qualcosa del primo, Blue Monkey?
Ikeda Akira: È già un film di un po’ di tempo fa, del 2006, molto diverso da questo che io stesso non vedo da anni. All’epoca non avevo ancora deciso come esprimermi con un film, ero più giovane e il film parla proprio di giovani nel Giappone contemporaneo.

Progetti per un nuovo film?
Ikeda Akira: Non c’è ancora un progetto preciso, ma so il soggetto di cui voglio parlare: sarà un film che parla del mondo degli adulti visto dagli occhi di un bambino.


Rotterdam, 30 gennaio, 2014

 

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