404 Not Found

Not Found

The requested URL /track was not found on this server.

You are here:   Home Interviste Cinema Intervista a Park Jungbum

Intervista a Park Jungbum

Monday, 24 November 2014 13:18 Giampiero Raganelli Interviste - Cinema
Print

park jungbumDopo vari cortometraggi, Park Jungbum esordisce alla regia di un lungometraggio con The Journals of Musan, nel 2010, film che ottiene vari riconoscimenti, tra cui il Tiger Award a Rotterdam e il Best New Narrative Director al Tribeca. Nel 2013 dirige un segmento del film collettivo If You Were Me 6. Con Alive torna a raccontare di situazioni di marginalità e disagio, seguendo dei lavoratori di uno stabilimento di pasta di soia. Abbiamo incontrato Park Jungbum a Locarno, dove il film è stato presentato in concorso.

Il tuo primo film, The Journals of Musan, era incentrato su un disertore nordcoreano che faticava a trovare un posto nella società sudcoreana, ora con questa opera segui un lavoratore che non riesce ad accumulare sufficiente ricchezza per emigrare. Possiamo dire che il tuo sia un cinema degli emarginati, dei paria della società?
Credo che abbia a che fare con la mia esperienza di quando ero molto giovane e mi sono ritrovato improvvisamente a essere molto povero, mentre continuavamo ad abitare in una zona molto ricca. Così mi sono reso conto che la società aveva delle grandi disarmonie e ho iniziato a farmi delle domande a cui ancora oggi penso, a più di quarant’anni di età. Dopo tanti anni questi pensieri sparsi hanno raggiunto una forma di armonia e hanno permesso a questa storia di emergere. Quella di scrivere una storia su persone estremamente povere non è stata quindi una decisione razionale.

In questo film, come per il cane bianco di The Journals of Musan, ti avvali di animali in chiave metaforica – pappagalli, polli, uova. Puoi dirci qualcosa in merito?
In The Journals of Musan il cane bianco era la personificazione della solitudine del proprietario, secondo me, era quasi un abbinamento ai personaggi che si trovano sul posto. In questo film quando il fratello sta spezzando il collo di un pollo e poi gli stacca un’ala e lo mangia, la sorella vorrebbe che lui salvasse il pollo. È quella disarmonia di cui ti parlavo prima, e poi è la tensione che si crea tra questi due impulsi: quando sei vivo e devi fare questo agli animali, noi ci sentiamo in colpa per questo, e anche non ci sentiamo in colpa, questa è la linea etica su cui dobbiamo stare in equilibrio nella nostra vita. Volevo mettere in risalto l’ironia di questa situazione, e il fatto che vivendo dobbiamo a volte compromettere la bellezza o l’integrità della stessa vita, inevitabilmente. Per esempio la rottura delle uova di gallina può essere simile alla morte del cane bianco in The Journals of Musan. Non metto gli animali volontariamente, lo faccio solo perché ho un ricordo molto forte di un cane che avevo, che morì in un incidente d’auto quand’ero molto giovane. O di quando, crescendo nella provincia di Gangwon, gli inverni erano molto rigidi, per cui dovevi uccidere le galline prima dell’inverno altrimenti sarebbero comunque morte di freddo. Io nutrivo le galline e poi le uccidevo e le mangiavo, le cucinavo tirandole fuori dal freezer una alla volta. Immagino che questo ciclo delle cose sia entrato nella mia psiche e appare naturalmente nei miei film.

Nei tuoi film parli di lavoro. Qual è la situazione coreana che vuoi ritrarre in questo senso? E qual è il tuo punto di vista, tramite il film, sul capitalismo?
Nella società coreana il problema dei diritti umani dei lavoratori è un tema molto importante, le grandi compagnie spesso non li rispettano. C’è stato un periodo nella storia coreana di grande rinascita democratica, ma ora è diminuita. Le persone semplicemente credono che una società capitalista sia così: tutto e finalizzato al successo e le persone che non producono risultati sono escluse dalla società, e non hanno più un posto. Questo è un punto che mi incuriosisce sempre esplorare. Io vorrei una società più benevola, dove le persone possano coesistere in armonia indipendentemente dal reddito che producono, quindi sono molto ostile all’idea presentata nel film. Per esempio si vede il proprietario di una fabbrica la cui famiglia ha bisogno di sopravvivere e il personaggio principale ha una sorella malata e deve occuparsi della nipote. Non credo che debbano necessariamente essere in conflitto tra di loro. Avere una società dove possano vivere in armonia, e raggiungere quel punto nel film, era il mio scopo, quando c’è un equilibrio che vien raggiunto. In questo film il protagonista alla fine ritorna alla sua vita di tutti i giorni, ma io avrei preferito un finale che guardasse più avanti. Non odio il capitalismo in sé, ma vorrei che avesse un ruolo più umano in quanto qualcosa di creato da esseri umani. Qualcosa in cui le persone si aiutino di più le une con le altre e siano capaci di assumere il punto di vista degli altri. Quindi un finale che guardi più avanti è qualcosa a cui continuo a pensare, come un traguardo da raggiungere coi miei film futuri.

Nell’abitazione dei padroni c’è questa grande televisione che è inizialmente usata da loro come karaoke. Poi, nel corso del film, si rivela come un dispositivo per spiare i lavoratori. Che significato ha?
Questa cosa mostra chiaramente come le loro vite siano diverse e contrastanti. È essenzialmente per colpa di questo televisore che altre persone vengono cacciate. Dopo che avevo fatto questo film, un membro del mio staff mi ha detto «Non so se è necessariamente sbagliato, io  avrei fatto lo stesso al posto del padrone». Questo commento mi ha spaventato, perché mostra che anche quando fai qualcosa di sbagliato, ma sembri una persona ragionevole e fai gesti gentili, questo può essere accettato dalla società. Questo processo che si vede nel film succede tutti i giorni in Corea, sembra che le persone giudichino cosa è bene e cosa è male in base all’atteggiamento di chi fa le cose su cui si esprime un giudizio. Non credo che dovrebbe andare così, non credo che una persona che urla debba per forza avere torto e una che dice parole gentili abbia ragione, ci deve essere una verità oggettiva che esiste all’interno di quella situazione. Quindi è in questo senso che ho usato la televisione, per mostrare come le persone possano essere istruite dolorosamente o come possa essere un mezzo per fare soldi, o può creare tragedie, oppure può essere usato dalle persone alla ricerca di intrattenimento, per esempio quando la usano per il karaoke. Penso che sia uno strumento comprensivo di molti significati. In Corea quando ti sposi è di solito la famiglia della sposa che fornisce tutti i beni  per la casa, tra cui la televisione. Questo è stato lo spunto di base, poi ho aggiunto il resto dei dettagli.

Nel film ha un ruolo la chiesa cristiana. Qual è il tuo punto di vista in merito?
(Ride) Ho ricevuto una domanda simile per il film The Journals of Musan, a proposito del ruolo della chiesa, e ho anche lavorato come assistente regista a Lee Chang-dong per Poetry, e anche in quel film la chiesa ha un ruolo importante. Credo che la domanda se Dio esista o meno non sia veramente importante, la fede è più importante. La religione è qualcosa di arcaico, ma le persone che credono nella religione, possono agire bene o male. Io voglio catturare il punto dove passano dal bene al male, o come in una persona buona possano crearsi elementi cattivi. Voglio cogliere l’inizio di questo conflitto, e perché c’è un conflitto tra queste cose. Nella storia del film volevo porre molte domande, sull’esistenza di Dio e se il personaggio della ragazza possa vivere felice dopo avere abbracciato una religione. Penso che nella vita la cosa più importante sia l’amore, specialmente per una bambina/ragazza che non ha niente e nessuno a cui appoggiarsi. Lei prega perché la madre guarisca, ma, quando la salute della madre peggiora, lei crede che la preghiera non sia stata ascoltata, e smette di credere in Dio. Quelli che rubano i soldi in chiesa, poi chiedono costantemente allo zio perché non prega . In queste scene volevo mostrare come i personaggi non siano in maniera netta né buoni né cattivi, ma costantemente in oscillazione nel ciclo di bene e male, di credere e non credere e poi credere ancora. E attraverso la storia volevo mostrare che la religione è sempre presente nelle nostre vite, volevo evidenziare il processo di vivere con la religione. Personalmente sono buddista, ma ero cristiano da giovane, e lo sono stato per molto tempo. Quando ero giovane ed estremamente povero anch’io ho rubato soldi dalla chiesa, per poi attraversare una fase di rimorso, poi di perdono e di credere ancora. Ho mostrato queste cose per stimolare queste domande.

Locarno, 13 agosto 2014

 

sitemap
Share on facebook