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Intervista a Igarashi Kohei

Monday, 24 November 2014 14:07 Giampiero Raganelli Interviste - Cinema
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igarashi koheiNato a Shizuoka nel 1983, Igarashi Kohei si è laureato in cinema alla Tokyo Zokei University. Nel 2008 dirige il suo lungometraggio d’esordio, Voice of Rain That Comes at Night, selezionato al Cinema Digital Seoul Film Festival (CINDI). Si diploma quindi al corso di specializzazione della Tokyo University of the Arts, con Hold Your Breath Like a Lover come diploma, film che viene presentato poi nel concorso Cineasti del presente del Festival di Locarno. Abbiamo incontrato il giovane regista alla manifestazione ticinese.

Il film che presenti è il prodotto dei tuoi studi alla Tokyo University of the Arts. Puoi raccontarci qualcosa sul corso che hai seguito? Cosa hai imparato?
È una università d’arte che ha aperto dieci anni fa, un’università pubblica dalla quale si laureano solo cinque o sei studenti all’anno. Tutto lo staff del mio film è formato da studenti di questa università.

Il regista Suwa Nobuhiro è stato un tuo insegnante?
È il direttore del corso. Ha anche insegnato alla Zokei University prima, dove ho studiato per quattro anni.

Anche Pedro Costa è tra gli insegnanti?
Lui è uno special teacher, viene ogni tanto a tenere qualche lezione.

Cosa hai imparato da loro?
Non è che loro insegnino come fare film a livello tecnico, ma più cose tipo le relazioni personali con gli attori e col resto dello staff. Per esempio Pedro Costa si occupa molto del comportamento sul set e delle relazioni tra attori e regista. Quindi l’aspetto estetico non è molto il soggetto delle lezioni.

Il film Hold Your Breath Like a Lover è ambientato in un futuro molto prossimo. Può rientrare nel genere della fantascienza distopica?
È un po’ difficile rispondere a questa domanda. Naturalmente il film è ambientato nel 2017, è qualcosa di immaginario, ma non nel senso dei film di fantascienza. Il 50% di questo immaginario potrebbe succedere e il 50% no, ma questo non ne fa un film di fantascienza.

Perché fare un riferimento ai Giochi Olimpici di Tokyo?
Ha un significato storico. Sai che il film si svolge alla fine del 2017, cioè due anni prima dei Giochi Olimpici di Tokyo. Sai che c’erano già state le olimpiadi a Tokyo nel 1964, ma nel 1940 erano già state organizzate, anche se non si erano svolte per via della guerra. Per cui voglio insinuare che magari anche le olimpiadi del 2020 potrebbero essere cancellate.

Invece le Olimpiadi del 1964 hanno rappresentato per il Giappone una sorta di rinascita dopo la guerra. Può esserci anche un riferimento a questa situazione?
Se vedi un po’ la storia, non solo del Giappone, vedi che si ripete. Per esempio succede la guerra, poi succede un altro evento come in una ripetizione. Non volevo esattamente collegare questo film con il 1964, non era il riferimento principale. Ma in effetti se consideri  che il terremoto a Fukushima è stato nel 2011, ancora i Giochi Olimpici potrebbero suonare come una ripresa dopo una catastrofe.

Nel film si fa poi riferimento a questa tendenza della politica giapponese a voler modificare la Costituzione del paese per abolire le Forze di autodifesa, istituite nel dopoguerra, e tornare a dotarsi di un esercito con anche possibilità teoriche di offesa.
In questo momento in Giappone c’è una specie di movimento che vuole cambiare la Costituzione per tornare ad avere un esercito vero e proprio. C’è questa discussione in corso proprio ora nella Dieta. Non so se succederà, ma è possibile.

La fotografia del film vede un predominio del bianco, nei corridoi labirintici dell’impianto di incenerimento, che danno una sensazione asettica. Quale effetto volevi perseguire?
A volte vedi le luci che sono esattamente sopra i protagonisti quando camminano, mentre l’altro lato della strada è al buio, questo è perché volevo mostrare il rapporto tra i protagonisti e quello che li circonda. Non c’è armonia nella luce, che è estremamente forte. C’è il bianco e il nero e non le mezze tinte.

C’è un significato particolare attribuito alla figura del cane? Un cane nel film si perde nell’impianto di incenerimento, e poi compare anche un suo duplicato come giocattolo.
Ho cercato di mostrare tramite questo cane ("inu", in giapponese), come se ognuno avesse un cane in casa, per rappresentare che ognuno ha gli stessi problemi d’amore nella vita e che alla fine tutti abbiamo delle vite simili. Il nome del cane è Nessuno, è il suo vero nome. "In" in giapponese, come in "-inai", è il suffisso di negazione, segna l'inesistente. Vuol dire quindi anche esistente o inesistente. Queste due cose sono simbolizzate anche in questo caso.


Locarno, 9 agosto, 2014

 

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